La qualità divina dell'amare tutti

VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Le letture di questa domenica ci fanno continuare il “viaggio” attraverso le parole di compimento della Legge, che Gesù proclama dopo aver annunziato il Regno con le Beatitudini.
Questi versetti di Matteo ci fanno comprendere come sia necessario prima un Evangelo, con tutta la ricchezza dell’amore di Dio per noi poveri, peccatori e lontani, sul quale appoggiare la concreta e reale possibilità dell’amore per il nemico, che oggi Gesù scandalosamente ci chiede.

A volte, qualcuno ha voluto giustificare questa follia dell’amore per il nemico dando ad esso un’utilità pratica: amando il nemico lo si converte in amico. Ma Gesù non ha detto nulla di questo genere, nè ha promesso che amando il nemico l’avremmo trasformato in amico benevolo! Del resto chi ragiona a quella maniera è lo stesso che intende il perdono come vendetta, così che l’altro non abbia soddisfazione. Gesù ha chiesto semplicemente e “tremendamente” di amare il nemico, e di non usare i suoi mezzi malvagi per difendersi dalla sua violenza. Per proclamare questo Gesù rigetta la legge del “taglione”; già nel Primo Testamento, la legge dell’ “occhio per occhio, dente per dente” intendeva mitigare l’esplodere della vendetta e la sproporzione della vendetta: ad un occhio corrisponde un occhio, e non due … e così via. Una legge che, ritenendo tragicamente inevitabile la vendetta, per lo meno la “attutiva”! Per Gesù questa semplice mitigazione non va bene, perchè è la vendetta in sè ad essere aberrante, anche la minima vendetta, anche la minima rivalsa …
Se non ci fosse la rivelazione di un Dio che ci previene e ci perdona sempre, senza nulla chiedere e senza neanche attendere la conversione per amare, la richiesta di Gesù, che Matteo ci trasmette, sarebbe assolutamente improponibile. Gesù ha raccontato un Dio che ama sempre per primo; un Dio che fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti…un Dio che ci ha amati nella nostra inimicizia.
Quando nella nostra cosiddetta società cristiana notiamo che, dal poco al molto, dal piccolo al grande, dal lieve al grave, impera la logica della rivalsa, se non della vendetta, dovremmo allora aprire gli occhi non sulla qualità dell’annunzio cristiano che i credenti hanno proposto al mondo. I credenti hanno sempre annunciato il Vangelo, ma tra i sedicenti cristiani vi sono tanti, tantissimi, che non credono. E non se ne pongono neanche il problema. Anzi. Si fanno vanto dell’essere così ben voluti dai farisei di tutte le epoche.
Nella chiesa e nel mondo è difficile ai cristiani vivere annunciando il Vangelo come tale. Perché gli altri continuano a narrare il Dio della “vendetta” e dei “meriti”. Loro invece annunziano l’Evangelo scandaloso di un Dio che ci ama e perdona nella nostra inimicizia (cfr R, 5. 6-10). E’ stato sempre annunciato questo scandalo. Ma vi è chi tra noi insiste a ridurre il cristianesimo solo a religione, che prevede patti di protezione con un Dio che deve scansarmi le “sventure” in cambio di qualche pratica o preghiera. Ove l’Evangelo non è annunziato con tutta la sua forza dirompente di novità, con la sua logica priva di qualsiasi “buon senso”, è logico che cresca la mala pianta della rivalsa, della vendetta e dell’odio.
Solo dove l’Evangelo è colto in pienezza può iniziare il mondo nuovo, in cui il discepolo è reale differenza rispetto al mondo, al mondo vecchio. Il culmine della differenza cristiana è proprio qui, in questi versetti provocatori di Matteo: l’amore per i nemici. Qui c’è il culmine delle antitesi del Discorso della montagna (“ma io vi dico…”). L’amore per il nemico, per il persecutore è la vera differenza tra il cristiano e il mondo, tra il cristiano e gli altri.
Molti commentatori ebrei dell’Evangelo qui si bloccano davvero; se riescono ad accettare gran parte dell’insegnamento di Gesù, cogliendone anche la radicalizzazione della Torah, qui, dinanzi alla richiesta dell’amore per il nemico, parlano di una chimera, di una richiesta assurda, folle, che non poteva avere assolutamente seguito. Per essi è qui la debolezza della proposta del Rabbi Gesù di Nazareth! I cristiani sanno invece che qui è la forza dell’Evangelo; sì, la forza paradossalmente debole della croce!
L’amore per il nemico è espresso da Matteo con un verbo compromettente, “agapào” che qui significa, come altrove, l’amore pieno, attivo, solidale, preoccupato, che non attende di essere ricambiato per donarsi, tanto che Giovanni scriverà che “Dio è agàpe” (cfr 1Gv 4, 8). Questo amore che Gesù chiede per i nemici non è un vago sentimento di benevolenza, è un amore che fa in favore del nemico. E’ amore fattivo che non attende nulla, neanche il ravvedimento del nemico; è l’amore che lo ama già prima. Certo, si desidera la conversione del nemico, ma perchè lo si ama, e non il contrario!
L’amore per il nemico include l’amore per colui che è “lontanissimo da noi” (e chi è il nemico, se non colui che si vorrebbe sempre lontano?), ed esclude verso di lui l’uso delle sue stesse armi (è questo il significato del “non opporsi al malvagio”). Il discepolo è chiamato ad essere disponibile a far esplodere l’odio tutto su di sè, e a lasciarsi schiacciare dall’odio pur di non usare le armi dell’odio. Porgere l’altra guancia è far giungere al parossismo la violenza dell’altro su di sè, perchè si spenga il male! Se il percosso percuote, perpetua il male e la violenza. Cristo Gesù ha fermato su di sè il male…come? Perdonando, non minacciando vendetta; ed amando chi, nemico, non era assolutamene amabile (cfr 1Pt 2, 21-25). Il suo discepolo non può fare diversamente.
La conclusione del testo che oggi si legge è sorprendente: Matteo ci dice che il vero motivo di questo amore altamente includente (tanto che include i nemici!) è nell’in-principio, è nella natura del mondo, perchè è nella natura di Dio. Il discepolo, infatti, amando il nemico, non solo mostra la grazia che lo rende capace di una “giustizia che supera la giustizia degli scribi e dei farisei” (cfr Mt 5, 20), ma rivela anche chi è: figlio di Dio, perchè la figliolanza si vede dalla somiglianza. Dio ama tutti (anzi ognuno!): giusti e ingiusti, buoni e cattivi … chi dunque ama così, mostra di somigliare al Padre e di essere, dunque, figlio.
La cosa che sorprende e ci fa riflettere è che la qualità divina di amare tutti, ossia di dare qualcosa di sé a ciascuno, non è colta nella storia della salvezza ma nella creazione, semplicemente nella creazione: “Fa sorgere il suo sole sopra i buoni e sopra i cattivi”, la pioggia rende fertili i campi dei giusti e degli ingiusti … questo “comportamento” di Dio è legge di creazione. Matteo è sottile: se questo è vero – ci dice – il mondo non può essere che così! In tal modo l’amore per il nemico affonda le radici in qualcosa che riposa nella creazione e che non si è lasciato condizionare, nel cuore di Dio, dal peccato e dall’infedeltà dell’uomo. L’amore di Dio è rimasto per ognuno, senza discrimine di giustizia o ingiustizia, di amicizia o inimicizia!
Gesù, allora, è venuto ad annunziare, pagando di persona, un Regno in cui l’uomo è ricondotto semplicemente ad essere uomo … anche l’amore per il nemico, così, è qualcosa che rispecchia un ordine naturale, perchè derivante dalla natura del Creatore che “fa sorgere il suo sole sopra i buoni e sopra i cattivi e manda la pioggia sopra i giusti e sopra gli ingiusti”! E non finché i primi andranno in paradiso e gli altri all’inferno. Ma sempre e comunque. L’inferno è nell’animo di chi rifiuta questo, e lo sarà per l’eternità, se questo rifiuto sarà scelta definitiva.
P. Giorgio Rossi ocd






CORSO DI FORMAZIONE PER L'OCDS AD AVILA

E' stato organizzato il Corso di Formazione per l’OCDS ad Avila dal 19 al 26 agosto 2017 organizzato dal Coordinamento Interprovinciale d’Italia. Non sarà un pellegrinaggio, ma un vero e proprio Corso di Formazione per l’Ordine Secolare; sarà una settimana di impegno e di studio e per questo si consiglia la partecipazione solo agli appartenenti all’OCDS. Ad Avila verremo ospitati presso il CITeS ( Centro Internazionale Teresiano Sanjuanista), con gioia ha accolto l’invito di essere il nostro Docente Padre Javier Sancho. Se sarà possibile parteciperanno anche P. Aldo e P. Alzinir. Il costo per la pensione completa sarà : stanza singola 46 euro al giorno; stanza doppia 82 Euro al giorno. Altri costi saranno: pullman ( fino a 55 posti) per i trasferimenti Madrid- Avila e Avila Madrid costo complessivo = Euro 760+I.V.A. e il pullman Segovia Euro 330+ I.V.A. E’ evidente che più saremo meno sarà il costo per i trasferimenti. Per quanto riguarda i voli Italia-Madrid per spendere meno sarebbe utile acquistare i biglietti prima possibile; l’importante sarà arrivare a Madrid entro le ore 14,00/15,00 di sabato 19 agosto in modo da prendere, insieme il pullman prenotato per tutti.
E’ un’occasione straordinaria che ci si presenta, percorrere le strade fisiche e spirituali di S. Teresa, i luoghi che hanno segnato il suo cammino di perfezione e con lei metterci in ascolto della Parola di Dio. Sarà l’occasione di fare formazione “ sul campo” che, per certi aspetti, può essere più efficace di quella fatta “ sui libri”.
                                                                        Brigida Silvana De Grandi
                                                                                                      
Cosa fare per iscriversi:
Inviare l’iscrizione via email ai vostri Presidenti Provinciali con i vostro nome e cognome
1) copia carta identità con cui poi si viaggerà (attenzione che non scada prima del ritorno!)
2) Indicare se si vuole camera singola o doppia 
3) Caparra di 50 euro non rimborsabili (da dare ai presidenti Provinciali o inviare accp 39773924 intestato a Ordine Secolare Carmelitano Teresiano specificando Nome  Cognome e indirizzo, a me invece, Voi o i Vs. Presidenti Provinciali manderete comunicazione delle vostre iscrizioni con i dati delle caparre versate.



Successivamente agli iscritti verrà inviato il programma definitivo del Corso.
Indirizzo email da utilizzare: bdegrandi@libero.it
Le iscrizioni dovranno avvenire entro e non oltre il 28 febbraio p.v..



Il programma provvisorio :

        Per il programma ci siamo ispirati al testo del Cardinal Martini "Teresa maestra di preghiera"

TERESA MAESTRA DI PREGHIERA
Teresa PROPONE una PEDAGOGIA di preghiera.( Cammino di perfezione)

Nello svolgere le tematiche far emergere i tre presupposti teresiani dell'orazione:
UMILTÀ'- AMORE FRATERNO - DISTACCO. Come vivere queste tre virtù teresiane in connessione con la promessa di seguire Gesù nello spirito dei consigli evangelici di Castità, Povertà, Obbedienza e delle Beatitudini nella vita laicale? (Cost. OCDS 11).

Nel testo del Card. Martini si toccano diversi punti importanti ed utili anche per noi laici:
- Preghiera spontanea
- Preghiera difficile
- Preghiera - dono
- Preghiera di intercessione
- Perseveranza nella preghiera
- Deformazioni- deviazioni della preghiera
Al mattino vorremmo fare questo approfondimento attraverso un percorso biblico-teresiano con lezioni tenute da Padre Javier. Ci affidiamo alla sua competenza ed esperienza per articolare il programma specifico.
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Nel pomeriggio si vorrebbe poi riprendere i medesimi argomenti nei luoghi teresiani, col metodo della Lectio Divina.
Temi del programma pomeridiano, presi sempre dal testo del Card. Martini con citazioni.
- " L'anima mia ha sete di Dio". Mc 14,32-40
- " Signore insegnaci a pregare. " Lc 11,1-2
- La Preghiera spontanea S.T.di G. V1,4; PS 9
- La Preghiera difficile Gv 6,60-67; S.T.di G. V 9,3-5; 8,7;.4,9; 8,2; 9,8
Conversione di Santa Teresa V 9,1-3; 30,19
- La Preghiera - donoGv 1,38-39;S.T.di G. V 10,1;C 8,9;V 8,5; 13,22; 4M 1,7;
- Deformazioni/deviazioni della preghiera (per difetto o per eccesso) Mt 6,5-8.14-15;
- La Preghiera di intercessione Es 32,11-14; Rm 8,34; Eb 7,25; Rm 8,26-27; S. T. di G. C 3,8-9;                                                   5M 3,11; 7M 4,6-14;
- Perseveranza nella preghiera Ef 6,18; 1Ts 5,17-18; S.T.di G. V 8,5;  C 1,2;C 21,2; C 23,1-2;
- Teresa, maestra di preghiera per tutti.(pagg.78 e seguenti P. Tomàs Alvarez OCD

La giornata esterna sarà a Segovia dedicata tutta a S. Giovanni della Croce. (qui c’è un bell’orto-giardino acquistato dal Santo dove se potrà fare un po’ di deserto).

La preghiera continua di noi carmelitani

 Come conciliare la “preghiera continua” con le mille esigenze –spesso inevitabili– della vita?
La preghiera incessante richiesta dalla Regola è una sfida. Come viverla?  come riempire di preghiera tutti gli spazi e i tempi; come imparare a pregare anche durante i tempi e gli spazi che si devono comunque concedere ad altre necessarie attività (fisiche, manuali), e perfino durante il sonno? Sono i temi affrontati dalla terza scheda di approfondimento sulla Regola di Sant'Alberto.

Tutte le schede di approfondimento sono qui

Ai suoi amici Gesù chiede qualcosa di più.

VIª Domenica del T.O / A: (Sir 15,16-21; 1Cor 2,6-10 ; Mt 5,17-37) 

Domenica scorsa il Signore ci ha rivelato la bellezza e l’importanza della nostra vita cristiana: siamo sale della terra, siamo luce del mondo, siamo posti sul candelabro; ma così ci ha lasciato anche un compito mica da niente: stare attenti che il sale non diventi insipido; stare attenti che la luce non diventi una lampadina spenta o bruciata, perché anche restando avvitata non servirebbe a niente. 

Oggi il Signore che sa la nostra paura, la nostra incapacità, la nostra voglia di fare il contrario di ciò che dovremmo fare, oggi il Signore ci dona le regole e quindi la possibilità di vivere ciò che Lui si attende da noi. Il Signore ci offre le coordinate per attraversare indenni la fragilità e l’indifferenza del nostro tempo. Ci chiede solo di credere alla sua parola, piuttosto che alle nostre intuizioni o anche alle nostre rivelazioni. A proposito S. Teresa diceva: “Nostro Signore mi dà la grazia di credere che i Superiori non sbaglino mai” – “La fede mi dice che gli ordini di V. R. (=P. Gracián) sono l’espressione della volontà di Dio, mentre io delle mie rivelazioni non sono mai sicura” (F.XXIV,4/nota). 

L’agire di Gesù, evidentemente, metteva in crisi i custodi della legge di Dio del suo tempo; quindi Egli si premura di affermare: “State tranquilli; non ho nessuna intenzione di distruggere la legge che vi è stata data da Dio; voglio solo aiutarvi a vederne la profondità-l’ampiezza-la ricchezza”. Infatti, quello che accettavano e vivevano gli Scribi e i Farisei era solo il minimo e la superficialità dei Comandamenti; proprio come facciamo anche noi oggi: “Non ho ucciso e non ho rubato”; quindi sono a posto!. Gesù è la pienezza della legge, perché Egli è la Parola definitiva del Padre. Se vogliamo sapere cosa pensa Dio, ascoltiamo Gesù; se vogliamo davvero fare la volontà di Dio, facciamo come ci insegna Gesù. Egli è estremamente sicuro e deciso: “Il Cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Mt.24,35). 

Il Siracide con molta semplicità e chiarezza, nella prima lettura, ci ricorda che siamo liberi e possiamo scegliere ciò che vogliamo: il bene o il male, la vita o la morte; ma siamo responsabili di ciò che scegliamo. Non possiamo incolpare nessuno; e tanto meno Dio, perché “a nessuno ha comandato di essere empi e a nessuno ha dato il permesso di peccare”

San Paolo, poi, nella seconda lettura, ci rammenta che “La sapienza di Dio non ci appartiene; però ai piccoli è stata rivelata e fatta conoscere dallo Spirito”. 

E in fine, nel Vangelo, Gesù dice a chi pensa che andando con Lui, visto che è il Figlio di Dio, le cose saranno più semplici e più facili e ci saranno anche dei privilegi: “Non sono venuto ad abolire la legge o i profeti, ma a dare compimento”, cioè a mostrare come la si deve vivere; e cosa vuol dire essere figli: non dei privilegiati (come nella logica del mondo) ma degli innamorati e quindi obbedienti fino alla morte. 
L’osservanza degli scribi e dei farisei era solo esteriore, superficiale, non relazionale con Dio – Padre. “Se volete entrare nel Regno dei Cieli, dove sta Dio, ci dice Gesù, dovete superare, eclissare, mostrare insufficiente questa giustizia, e quindi dovete vivere un rapporto di amore e di obbedienza con il Padre”. E, scendendo nei particolari, ci offre qualche flash per aiutarci a riflettere ed essere così meno superficiali. 
- Non tutti, ma parecchi almeno pensano che non si debba ammazzare nessuno. Chi ammazza qualcuno, deve assumersi la sua responsabilità, deve sapere che sarà giudicato (il che vuol dire: condannato!). Tanti pensano di essere a posto solo perché non hanno ammazzato nessuno. “Ma la vostra giustizia”, dice Gesù, la giustizia dei figli deve vincere l’ira-il disprezzo-il giudizio cattivo verso i fratelli; addirittura, se ti trovi a pregare o ad offrire qualcosa a Dio e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, fermati e va a riconciliarti; poi tornerai gioioso a lodare il Padre tuo e di tuo fratello che sarà felice più del tuo perdono che della tua offerta. 
 - Liti ce ne sono e ce ne saranno sempre; ma non aspettare di arrivare in tribunale …perché il debito che tutti abbiamo con Dio nessuno può assolverlo. E restare in prigione fino all’ultimo spicciolo è davvero lunga! 
- L’adulterio (almeno ai tempi di Gesù) era ancora un peccato, qualcosa che inquinava l’anima e rendeva la persona non più luminosa davanti a Dio. Però anche il solo desiderio cattivo è un male che inquina il cuore e l’anima e che ci stacca da Dio. Quindi, se l’occhio ci spinge a desiderare il male; se la mano ci serve per compiere qualcosa di sbagliato; se il piede ci fa correre verso il male, cosa dobbiamo fare? Spesso, troppo spesso!, ci rifugiamo nel “siamo fatti così!” – “viviamo in questo mondo!” – “c’è chi è peggio di noi!”
 – “Non siamo angeli”, direbbe Santa Teresa. Ma Gesù ci dice: “Cavati l’occhio; tagliati la mano; tagliati il piede che ti porta a peccare, e gettali via!”. Perché?.. Proviamo a domandarci seriamente: “È meglio andare all'inferno con tutte le paia delle nostre membra oppure andare in Paradiso con un occhio solo, una mano sola (e forse la sinistra!), un piede solo?”. 
Per Gesù, che preferisce perdere tutto il suo Corpo sulla Croce piuttosto che ascoltare Pietro che gli suggeriva di nascondersi solo per qualche giorno e lasciar passare il momentaccio, è chiaro che è meglio, molto meglio, andare in Paradiso orbi, con moncherini, e claudicanti! 
Per tutti i cristiani dovrebbe essere chiaro, oserei dire istintivo, visto che il battesimo ci ha immersi nella comunione della Trinità, scegliere sempre ciò che ci avvicina al Cielo-al Padre (fedeltà e verità) e rifiutare categoricamente tutto ciò che ce ne allontana (ripudio, adulterio, spergiuro). 
Ma, mi sembra che per noi Carmelitani (chiamati a guardare in questo tempo di studio e di riflessione sulla nostra Regola con più simpatia a quei Santi Padri del Monte Carmelo da cui discendiamo…) il di più della giustizia richiesto da Gesù sia già stato riconosciuto e accolto con gioia dalla richiesta dei primi eremiti a Sant’Alberto e dalla risposta data dal Patriarca di Gerusalemme: “Tutti i cristiani devono vivere in ossequio di Gesù Cristo; ma poiché ci avete chiesto qualcosa di più, stabiliamo che… Vi abbiamo scritto queste cose brevemente, fissando per voi una norma di vita, secondo la quale dovrete vivere. Se poi qualcuno farà di più, il Signore stesso, quando tornerà, lo ricompenserà. Tuttavia si comporti con discrezione, moderatrice della virtù”. Che tempi! C’era addirittura bisogno di frenare! Il nostro carisma (non ho detto la nostra vita) è il di più! E certamente Gesù aspetta la nostra risposta di Cristiani e di Carmelitani; e siccome guarda a S. Teresa di G., a S. Giovanni della Croce, a S. Teresa di G.B., a S. Elisabetta della Trinità, ecc… , ha grandi aspettative! 
 P. Faustino Macchiella ocd– Venezia 

Sale della terra, la luce del mondo ...anche noi!



V DOMENICA del tempo ordinario Mt 5, 13-16

     “Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo”, dice Gesù ai suoi discepoli.  
            Per spiegarci questa grande fiducia che il Figlio di Dio ripone nei suoi discepoli, perciò anche in noi cristiani di questo tempo, per cui ci dice quale deve essere la nostra missione nel mondo, mi pare necessario collegarci al Vangelo di domenica scorsa, cioè tener conto di come l’evangelista Matteo inizia a raccontare il discorso della  montagna, e di cui il brano di oggi fa parte. Matteo inizia così: “Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e  insegnava loro dicendo: Beati i poveri ….beati quelli che sono nel pianto, … beati i miti, …beati i puri di cuore, … beati i misericordiosi, …beati i perseguitati per la giustizia, … ecc..”;  e termina: “beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia”.
      Di solito si considera questo lungo discorso ( 3 capitoli in Matteo, 5,6,7) come rivolto alle folle e ai discepoli, senza distinguere troppo. Ma, ritenendo la sostanza del messaggio di Gesù,  possiamo leggere questo episodio, presentato con tale solennità, come un momento importante di formazione dei discepoli da parte di Gesù, avendo sullo sfondo le folle, il  mondo intero, fatto di poveri, di afflitti, di miti, di affamati e assetati di giustizia, di misericordiosi, di puri di cuore, di operatori di pace , di perseguitati a causa della giustizia.
     Gesù perciò, sul monte, seduto, al cospetto delle folle,  istruisce innanzitutto i discepoli che si raccolgono attorno a lui e a loro insegna come guardare l’umanità:  come la guarda lui, cioè con occhio comprensivo e di compassione, come a dire: vedete tutta questa gente, tra essi ci sono tanti poveri di spirito, tanti afflitti, tanti non violenti, tanti puri di cuore, tanti bisognosi di giustizia, ecc…,. Dovete perciò guardare l’umanità con rispetto e verità, vedere le folle non come  massa informe e dannata, ma composta da persone, fatte di questi sentimenti, sofferenze, desideri, impegni, e non al modo di chi vede dall’alto in basso, al modo dei farisei che giudicano e condannano chi non è dei loro. 
Ma questo non basta, perché poi Gesù nella seconda parte di ogni beatitudine mostra, ancora ai discepoli, il segreto e il dono nascosto in ciascuna di esse e che rende “beati”:  perché di essi è il regno dei cieli, perché saranno consolati, perché saranno saziati, perché troveranno misericordia, perché vedranno Dio,  ecc…   
     Così educa noi discepoli a vedere in queste situazioni, che sono anche le nostre, le condizioni propizie di beatitudine, di felicità vera, di vicinanza di Dio. Così, se noi discepoli abbiamo capito e specialmente scoperto per esperienza dove si trova la beatitudine, qualunque sia la realtà che viviamo, allora è per noi la dichiarazione di Gesù: voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo.  
            Noi dell’ocds parliamo molto di formazione e difatti cerchiamo di curare la formazione iniziale e poi per anni quella permanente. Quanta formazione! Se nella Promessa ci impegniamo a vivere “lo spirito delle Beatitudini” è perché alla scuola di Gesù possiamo scoprire dove consiste la “felicità” autentica e così dare sapore alla nostra vita e a quella degli altri e illuminare di luce nuova le situazioni più critiche e impossibili  Allora anche se non ce ne accorgiamo, “siamo” sale, “siamo” luce, perchè Gesù forma i suoi discepoli a “essere”.  A questo deve mirare la vera formazione. “E’ meglio essere cristiano senza dirlo che proclamarlo senza esserlo”, ci dice S. Ignazio di Antiochia.
            Perderemmo sapore e saremmo da gettare ed essere calpestati, saremmo luce che non “risplende” “per tutti quelli che sono nella casa” (comunità, chiesa, parenti, luogo di lavoro, ecc.), se non siamo “beati”, felici, gioiosi della gioia dello Spirito, per il fatto di aver incontrato Gesù, per essere tra i suoi discepoli formati da Lui e trasformati già ora dalla “ grande ricompensa” che, nonostante insulti, persecuzioni e menzogne,  ci va donando: regno di Dio, consolazione, giustizia, misericordia, visione di Dio, figliolanza.              
       Perderemmo tempo e non avremmo capito il senso della nostra vocazione se, “vedendo le folle”, non sentissimo rivolta a noi la parola di Gesù: Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo. E’ la nostra missione.


                                                                                                
P. Gaudenzio Gianninoto, ocd

Incontro su San Paolo a Maddaloni

Sabato 18 febbraio secondo incontro a Maddaloni con p. Cosimo Pagliara o.carm sulle epistole di San Paolo. L'evento è organizzato dal Consiglio Provinciale OCDS. 
Oltre all'insegnamento della S. Scrittura P. Cosimo si dedica alla predicazione di esercizi spirituali a presbiteri, suore e laici; offre il suo contributo a settimane bibliche per il popolo e a corsi sulla "lectio divina" in alcune diocesi dell'Italia Meridionale. La sintesi del primo incontro sarà pubblicata sul bollettino "Crescere in fraternità"di febbraio.





PROGRAMMA

9.30 Lodi
9.30 – 10.30 I parte
Pausa
11 - 12.30 II parte
L’incontro è aperto a tutti


Diana: "Vorrei andarmene piano..."

Abbiamo accompagnato la nostra sorella Diana, 102 anni, al suo riposo eterno nella Chiesa di San Silvestro, unica chiesa di Venezia in cui si fa l'adorazione perpetua giorno e notte: è come se l'avessimo consegnata personalmente fra le braccia di Gesù.
Diana ha avuto una lunghissima vita; lei e Giovanni Forcellini erano sempre presenti alle nostre riunioni e liturgie, con il freddo, il caldo, l'alta o bassa marea. Mi piaceva pensare a loro come ai giusti Anna e Simeone, che vivevano nel tempio, servendo Dio giorno e notte. Esempio per noi tutti e il loro ricordo resta in benedizione.
Diana era mite, discreta, quasi sommessa ma non priva di energia; dopo una infanzia difficile, di stenti, ha dovuto subire il dolore della morte prematura dell'unica sorella. Amava la poesia e scriveva generalmente in dialetto veneziano, ma anche in italiano e cantava i nostri sacri misteri, qualche stato d'animo particolare, o la sottile malinconia che ci pervade quando la laguna è invasa dalla nebbia.
Ricordo ancora una sua poesia in cui la nuvola bianca e la nuvola rosa si uniscono con "mama rugiada" nel sorriso di tutta la creazione per il sì di Maria all'angelo Gabriele.
Dopo la morte della madre, con cui viveva, non ha più avuto una sua famiglia; è subentrata allora la comunità dell'ordine secolare carmelitano, concretizzatasi nell'assistenza da parte di Renzo e Cecilia che sono stati per decenni i suoi angeli custodi, fino all'ultimo periodo difficile e oneroso. Siamo certi che da lassù Diana proteggerà l'Ordine Secolare e anche noi non la dimenticheremo nei nostri suffragi.

Marilena Zane della Comunità OCDS di Venezia. 
Questa breve poesia scritta da lei è il suo lascito a tutti noi:



Vorrei....
...vorrei andarmene piano, senza saluti,
in un quieto meriggio!
fatta leggera, ormai la carne,
d'ogni ricordo penoso...
...dopo la svolta...
è breve il sentiero
e la porta è socchiusa!
Sono sola....
ampio e chiaro il silenzio
mi veste di luce.



 Diana Pasqualini,  nata il 10 luglio 1914 


La Domenica delle Beatitudini

29 gennaio
Domenica IV del Tempo Ordinario 

Gesù viene a rendere felice la gente. Desidera solo la nostra felicità, Sa che la felicità è oggetto di  quotidiana ricerca. Vogliamo essere felici per davvero, pienamente e sempre. Se non ci parlasse di felicità non lo staremmo neanche a sentire, non ci riguarda. La felicità non è una cosa brutta o di cui vergognarci. Tutto in noi grida felicità e amore, perché un nodo li unisce indissolubilmente. Dunque si può essere felici, ma uno non se la dà da solo, sboccia in lui come un fiore a primavera, come il sole che sorge al mattino, come una lama di luce che trafigge il cuore.
Al popolo che pende dalle sue labbra, Gesù, nuovo legislatore, dice: beati! E’ il suo insegnamento più solenne. Seduto in cattedra sul monte della rivelazione con forza annuncia il vangelo della gioia ai poveri. Esiste una felicità:
  • per i poveri, che le ricchezze non le comprano, ma sono già i ricchi cittadini del regno,
  • per quelli che piangono perché al salino delle lacrime segue il gusto dolce della consolazione,
  • per i miti che senza conquistarla la terra, la riceveranno in eredità,
  • per chi si nutre di giustizia e non sentirà mai più i morsi della fame,
  • per i miseri che staranno di fronte al misericordioso, senza essere condannati,
  • per i puri il cui sguardo scorgerà i lineamenti belli di Dio,
  • per chi edifica la pace ogni momento e si scoprirà divenuto un figlio di Dio,
  • per i perseguitati, gli eroi più grandi del regno dei cieli.

Per Gesù la gioia e il regno camminano insieme. Si tratta del regno dei poveri, dei piccoli e degli umili del Vangelo, estranei alle potenze e agli interessi del mondo. La chiesa non si lasci sedurre dalle luci che non vengono dal Cristo, ma sia chiesa povera per i poveri, come ricorda instancabile Papa Francesco.
 Il profeta Sofonia, secoli prima di Cristo, già non aveva dubbi quando gridava: cercate il Signore voi tutti poveri della terra, cercate la giustizia, cercate l’umiltà. Il segreto è confidare nel nome del Signore. In questa domenica cantiamolo con tutto il cuore: io confido in te o Signore e non resterò deluso.
Ai cristiani di Corinto l’apostolo Paolo ricorda la loro chiamata. Dio sceglie ciò che nel mondo è ritenuto stolto, debole, ignobile e disprezzato perché nessuno possa vantarsi davanti a Dio, e per divenire sapienti in Cristo Gesù unico santificatore e redentore.

Rallegriamoci ed esultiamo: un cristiano triste, o un santo triste non rientrano nei parametri del vangelo, che per definizione significa buona notizia, annuncio ai poveri: beati i poveri in spirito e i poveri semplicemente. I poveri, portinai del Regno, perché non bisogna dimenticare che saranno proprio loro a spalancarle a tutti gli operatori di carità e misericordia.
P. Federico ocd di Loano

Corsi al Teresianum, anche per laici

Avrà inizio a breve il terzo ciclo dell’offerta formativa proposta dal Teresianum e rivolta a tutti coloro che sono interessati – laici, sacerdoti e consacrati – a seguire i corsi che si tengono nell’ambito del Corso annuale per il Diploma in Teologia Spirituale
Questo terzo ciclo di corsi di Teologia Spirituale aperta a tutti tratterà le seguenti tematiche:
• La preghiera, percorso verso Dio e l’io nel Libro della Vita di santa Teresa di Gesù 
(Prof. Emilio Martínez, OCD)
e
• San Giovanni della Croce: lettura guidata della Salita del Monte Carmelo, libro II (Prof. Iain Matthew, OCD),
I corsi, di dodici sessioni ciascuno, si terranno presso l’Aula 9 del Teresianum, secondo le date di seguito indicate:
16 febbraio 2017
23 febbraio 2017
2 marzo 2017
9 marzo 2017
16 marzo 2017
23 marzo 2017
e con il seguente orario:
15.00 - 15.45 Prof. Emilio Martínez
15.50 - 16.35 Prof. Emilio Martínez
16.45 - 17.30 Prof. Iain Matthew
17.35 - 18.20 Prof. Iain Matthew

Questa offerta formativa è rivolta a tutti coloro che, non potendo partecipare a tutto il Corso annuale, sono comunque interessati ad assistere a qualche corso in particolare.
Le iscrizioni potranno essere effettuate presso la Segreteria Generale del Teresianum. Per l’ammissione non è richiesto alcun titolo di studio specifico.
Quanti, inoltre, desiderassero sostenere gli esami, relativi a questi corsi, possono rivolgersi alla Segreteria Generale del T
eresianum

Alla scoperta di S. Elisabetta della Trinità

CONVEGNO PROVINCIALE OCDS

Vorremmo condividere la bella esperienza vissuta lo scorso 17 dicembre a Milano presso  la chiesa dei Carmelitani Scalzi del Corpus Domini si è tenuto il Convegno delle comunità OCDS della Provincia Lombarda.
La giornata è stata allietata dalla presenza di un relatore d’eccezione: padre Antonio Sangalli OCD; Vicepostulatore della causa di canonizzazione dei coniugi Martin e di Elisabetta della Trinità.
E proprio sulla figura di  Elisabetta padre Antonio ci ha guidato alla scoperta di questa nuova santa e delle sue profonde intuizioni sull’ inabitazione della Santa Trinità nell’anima di ogni uomo e sulla attualità della sua esperienza spirituale nella vita di un laico OCDS
La giornata ha avuto una notevole adesione di partecipanti soprattutto  provenienti dalle comunità di Milano, Monza, Concesa, Bologna, Lodi e Piacenza


Un giorno con S. Elisabetta della Trinità


Padre Antonio Sangalli saluta e ringrazia i presenti e coloro che hanno partecipato alla canonizzazione di S. Elisabetta della Trinità a Roma il 16 Ottobre per la presenza numerosa, in questa occasione, di molti membri dell’Ordine Secolare che hanno partecipato a tutti i momenti dell’evento: a partire dall’antivigilia della canonizzazione come pure alla veglia nella chiesa del Sacro Cuore dei Salesiani a Roma, alla canonizzazione di Elisabetta e infine alla prima Messa di ringraziamento in S. Paolo fuori le mura. Un ringraziamento di cuore perché, lui dice, ha sentito la presenza della Provincia più attraverso l’Ordine Secolare che non attraverso sé stesso:
“Vedervi mi ha sinceramente commosso perché so che avete affrontato disagi notevoli per poter partecipare a quei giorni molto intensi. Mi spiace perché non riesco ancora a comprendere come mai Elisabetta della Trinità rimane ancora un po’ in disparte. Certe volte sembra quasi che la figura di Teresa di Gesù Bambino la fagociti tutta, attiri tutta l’attenzione su di sé mentre  sono due personalità nel Carmelo che ognuna richiama all’altra pur non essendosi mai incontrate.  Elisabetta leggerà, poco prima di entrare nel Carmelo di Digione, la “Storia di un’anima”. Sappiamo che l’ha comperato nella portineria stessa del Monastero di Digione, dopo alcuni anni quando la mamma ormai le aveva dato il permesso di entrare nel Carmelo a ventun anni. Vedremo anche di cogliere alcuni aspetti della vita di questa monaca di clausura molto insolita, perché anche se lei vive pochissimo all’interno del Carmelo, ne vive il carisma in modo straordinario da laica. Quindi in modo molto, molto vicina a voi Laici Carmelitani. Mi hanno aiutato molto quei quindici giorni che ho trascorso a Digione dopo la canonizzazione. Le monache mi avevano chiesto di essere presente alle varie conferenze, alle interviste che i giornalisti facevano per cui le monache erano a disagio a rispondere, sia sul processo come sulla santità di Elisabetta. Loro avevano già fatto parecchio e chiedevano di avere una voce diversa. Quindi sono partito la domenica seguente la canonizzazione e sono rimasto per due settimane, fino alla prima festa liturgica di Elisabetta della Trinità che si è chiusa l’8 di novembre scorso con l’installazione definitiva delle reliquie di Elisabetta nel nuovo Reliquiario, che è stato poi deposto sempre nella chiesa di san Michele in Digione.
Sono stati dei giorni intensissimi che mi hanno permesso di scoprire la “laicità impegnata da carmelitana” di Elisabetta. Abbiamo fatto a piedi tutto l’itinerario che lei faceva di tutte le famiglie di cui abbiamo traccia nelle sue lettere. Tutte le famiglie, gli amici, le amiche non solo quelle contemporanee alla sua età, perché attraverso i figli, i giovani, lei arrivava alle mamme. Con un’amica carissima, Elisabetta, alla sera dopo aver trascorso insieme un po’ di tempo durante la giornata, (mai in maniera dissipata, anche quando ballava, danzava, la sua anima era sempre unita a Dio; nel mondo laicale Elisabetta ha saputo vivere il carisma carmelitano in pieno prima ancora di entrare in clausura, prima ancora di vivere da claustrale). Ebbene, quando da casa dell’amica, questa l’accompagnava a casa di Elisabetta, arrivati a casa Elisabetta tornavano indietro e Elisabetta accompagnava l’amica a casa! E andavano aventi e indietro per un certo tempo ……  Questo per dirvi come anche durante la strada, sul cammino, Elisabetta era ascoltata, Elisabetta educava. Elisabetta ha introdotto il mondo laico nella vita trinitaria di Dio.
Questo mi ha colpito, come mi ha colpito vedere tutte queste case borghesi, molto belle (esistono ancora, sono sette, otto case) in cui vivevano queste famiglie che Elisabetta conosceva (attraverso la mamma ne ha frequentate moltissime anche lei). Del Monastero non è rimasta pietra su pietra ma i suoi santuari sono queste case che ne conservano la memoria. Ci hanno portato persino nella soffitta di quelle case dove Elisabetta, insieme alle sue compagne, si dedicava anche in modo un po’ infantile, alla vita religiosa. Avevano una specie di romitorio, le altre giocavano, Elisabetta no, Elisabetta non giocava.
Volevo darvi questa immagine di Elisabetta . Vi è una scena in cui è in parlatorio e parla con la sorella Guite e col marito. Una carmelitana che, ante litteram, trasmette a sua sorella la spiritualità che sta vivendo. Questo ci aiuta a capire come la spiritualità carmelitana non è un carisma chiuso, da sperimentare unicamente all’interno di una vita contemplativa, di una forma di vita particolare come quella dei frati e delle monache. Lei parlava della inabitazione della Trinità a sua sorella, al punto che i figli di Guite, (io ha avuto la fortuna di incontrarne due prima che morissero)  Giacomo e Francesco parlavano di Guite come della vera santa, la loro mamma era la vera santa, non Elisabetta.
Questi due figli, che hanno vissuto abbastanza a lungo, han vissuto tutto il processo di beatificazione e di canonizzazione, però, sempre, ogni volta che li ho incontrati rivendicavano il fatto che Elisabetta aveva educato la loro mamma e che la loro mamma ha assorbito completamente, da laica, da sposa, da vedova.  Guite ha avuto undici figli e ha dovuto tirarli grandi tutti da sola. Tutto questo non le ha impedito di vivere all’interno di sé il mistero della Trinità, educata  proprio a questo. E’ stato posto ( parlatorio del Monastero )un pannello in bronzo in cui si vede Elisabetta all’interno della clausura che parla alla sorella e al fratello dall’altra parte, passa l’educazione forte di Elisabetta. Elisabetta è anche lei in linea verso un dottorato possibile? Io penso di sì.
Del resto il più grande scopritore della spiritualità di Elisabetta, il padre Philippon, parlava di “dottrina” . Nel 1937 scriveva un libro: “La dottrina spirituale di suor Elisabetta della Trinità”. Sfogliando il libro d’oro della comunità dove vi erano le firme dei personaggi più illustri che avevano visitato il Monastero, si trova un ricordo lasciato dal padre Philippon come firma, dove lui auspicava presto la canonizzazione di Elisabetta. Sono passati invece molti anni, ma credo che il Signore o Santi ce li consegna quando lo ritiene opportuno Lui stesso. Ci da i Santi di cui noi abbiamo bisogno nel momento più giusto per la nostra storia. Anche padre Philippon scriveva auspicando la canonizzazione di Elisabetta quando ancora non era neanche cominciato il processo che sarà poi un processo molto lungo, interrotto, ripreso, portato avanti come si sa con i segni del cielo, i cosiddetti miracoli che quando non accadono, il Servo di Dio o il Beato aspetta e attende.
Dopo questa breve parentesi introduttiva e interlocutoria mi pare importante fare un’altra precisazione. Elisabetta della Trinità non sviluppa una dottrina specifica sulla misericordia come siamo abituati a vedere negli scritti di santa Teresa di Gesù Bambino. Gli scritti di Elisabetta sono molto meno numerosi, meno diffusi di quelli di santa Teresa. Elisabetta dobbiamo imparare a conoscerla attraverso le sue lettere, attraverso le lettere che ha scritto a tantissimi personaggi che hanno avuto a che fare con lei. Una vita, quella di Elisabetta della Trinità, dove la parola “misericordia” viene usata tantissimo quasi sempre abbinandola a “miseria”. In parecchi suoi scritti voi troverete le parole “miseria e misericordia” messe una accanto all’altra. La miseria, l’abisso della nostra miseria, dirà, non farà altro che richiamare su di noi l’abisso della misericordia di Dio.
Vorrei cercare di cogliere con voi la sproporzione di questa parola (Elisabetta l’ha colta completamente), la sproporzione immensa, indescrivibile di quello che è la misericordia. Elisabetta non aveva a disposizione la Bibbia come l’abbiamo noi oggi, per cui è sorprendente scoprire come lei la citi anche in latino. Cita alcune frasi in latino per le quali certamente si è fatta anche aiutare per capirne i concetti.
Lei aveva a che fare con una parola molto forte che nei suoi scritti ritorna diverse volte, la parola “troppo”, che non è “tanto” ma “troppo”. Questa parola in Elisabetta trova una storia un po’ particolare perché  lei fonda questo smisurato amore di Dio sull’errore di traduzione della Bibbia. Lei aveva in mano “la Vulgata”, il testo di san Girolamo dove lui spiega il passo famoso del Vangelo di Giovanni dove dice che Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio suo. Questa è una delle frasi capitali. Elisabetta è legata strettamente a san Paolo e all’evangelista Giovanni che sono i due capisaldi di tutta la sua dottrina che fonda, che trova le radici in san Paolo e san Giovanni evangelista.
Se Teresa di Gesù Bambino è affascinata dalla lettura delle lettere di Paolo ai Corinti, Elisabetta da parte sua è affascinata soprattutto dalla lettera agli Efesini che diventerà il testo cardine di tutta la sua spiritualità, di tutto il suo amore al Dio Trino e Uno. Diventerà una familiarità estrema fino a chiamarli “I miei Tre”, e questo lo deduce tutto dalla Scrittura. Lei si trovava a misurarsi con questa parola di Giovanni in latino e in francese: “Dio ci ha amato troppo”, come era tradotto da Girolamo.
Cosa è il “troppo”? Questo vorrei aiutarvi a capire. Il troppo di questo amore, esagerato, di Dio. Come fare a capirlo? Parto da un fatto di cronaca nera per aiutarci a capire l’eccesso dell’amore, un amore ingiustificato, che non ha un  fondamento nella ragione, che non ha fondamento logico, è sproporzionato! E’ di fronte a questo che Elisabetta rimane sconcertata e lo spiegherà in tutti i modi a tutti: Ama la tua miseria, ama il tuo peccato. Cerchiamo di capire queste frasi paradossali: ama la tua miseria, la tua piccolezza, la tua fragilità perché la MISERICORDIA si esercita lì.
Vi racconto questo fatti di cronaca di qualche anno fa. Due fatti di cronaca che aiutano a illustrare questo abisso di misericordia col quale Dio ci ama, questo “troppo” dell’amore di Dio. Qualche anno fa, la tv e i giornali hanno parlato a lungo del duplice omicidio che due ragazzini, Omar e Erika, avevano commesso a Novi Ligure. A me ha colpito il troppo amore di questo padre per sua figlia. “Se voi che siete cattivi siete capaci di dare cose buone ai vostri figli….” . Guardate questo padre che non è mai apparso in nessuna trasmissione televisiva per parlare di quello che era successo. Questo padre, che dopo aver assistito alla condanna della figlia, ritorna nella propria villetta da solo, senza farsi aiutare da nessuno e lava tutto il sangue della moglie e del figlioletto. La casa era un disastro, tutti i muri imbrattati di sangue. Ha pulito tutto da solo. Pensate che atto d’amore, che meditazione! Ecco l’incredibile. Non solo ha pulito e lavato tutto, ha ridipinto la casa con gli stessi colori di prima, quasi a dire: non voglio dimenticare quanto è successo. E’ tornato ad abitarci e quando il tribunale ha parlato della figlia ha detto: “io devo pur difenderla, anche al limite da sé stessa e quando la guardo mi chiedo dove ho sbagliato “.
Se Dio di fronte a tutti i nostri crimini si chiedesse, come questo papà, dove ho sbagliato la risposta sarebbe: il troppo amore. Questo papà che ragione ha di agire così? Difendere ad ogni costo la figlia che gli ha ucciso la moglie e il figlioletto. Se quest’uomo è stato capace di tutto questo cosa farà mai Dio nei nostri confronti.
Questo per farci capire lo scandalo; ci scandalizza che questo papà si comporti così! La figlia è stata condannata ma il papà non l’ha mai abbandonata. Lei si trovava in una comunità di rieducazione dalle parti di Brescia e il giorno prima che venisse liberata, dopo aver scontato la sua pena, i giornalisti cercavano di fotografarla all’interno della struttura di recupero dove si trovava. Sul Corriere della Sera hanno pubblicato una fotografia di Erika che camminava per caso nel cortile adiacente la cucina davanti alla pattumiera. Davanti ai piloni del pattume c’era una statua di santa Teresa di Gesù Bambino! Fotografata dai giornalisti, c’era una statua a grandezza naturale di Santa Teresa di Gesù Bambino. Quasi a dirci: seduta anche lei alla tavola dei peccatori, a mangiare lo stesso cibo.
Teresa di Gesù Bambino e Elisabetta della Trinità dove prendono questa ampiezza di questo amore misericordioso? Teresa alla fine della sua vita non dirà più la preghiera per convertire i peccatori, si siederà alla tavola e dirà: abbi pietà di noi! Si mette dentro anche lei. Stupendo atto di condivisione. Non è un modo di dire; condivide il dubbio, condivide l’aridità, la prova della fede con chi la fede l’ha persa, con chi la fede non ce l’ha. Si siede e dice al Signore: “abbi misericordia di noi, rimandaci giustificati tutti dalla tua giustizia, non dalla nostra che non è perfetta .
Elisabetta è colpita da questo amore esorbitante di Dio. Ha una coscienza così acuta che condivide con chiunque incontra.
Un altro aspetto che mi ha scioccato della misericordia del Signore è questo fatto che vi racconto per scioccare ciascuno di voi. Un pugno nello stomaco. Abbiamo appena finito un Giubileo sulla Misericordia e cosa non ha fatto papa Francesco! Ogni settimana ha visitato le persone più lontane, i sacerdoti che si sono sposati, che hanno fatto famiglia, che non sono regolari, sono in una situazione estrema di fragilità e di difficoltà. Lui è andato a stare a casa con loro e noi, magari, ci siamo anche scandalizzati.
Ebbene, vi scandalizzo di più. Voi sapete che Edith Stein è stata uccisa, gasata nel campo di concentramento di Auschvitz. In quei campi ha perso la vita anche padre Massimiliano Kolbe, dichiarati entrambi Santi dalla Chiesa. Il comandante del campo di concentramento di Auschivitz Rudolf Hoss venne, alla fine della guerra, arrestato e condannato a morte, imprigionato in attesa della sua esecuzione. Mentre attendeva l’esecuzione capitale chiese di confessarsi, non trovarono nessun sacerdote disposto a farlo, nessun sacerdote disposto ad ascoltare la sua confessione. Certo le ferite in quel momento erano molto vive, aperte, dolorosissime. Milioni di persone uccise, gasate, fatte fuori con la superficialità più disgustosa. Lui si ricordò, però, di aver risparmiato una volta un sacerdote. Avevano arrestato una comunità di Gesuiti a Cracovia, molti sacerdoti deportati ad Auschvitz ma il Superiore della casa non era presente al momento dell’arresto. Quando si accorse, tornando a casa, che tutti i suoi confratelli erano stati deportati si presenta anche lui al campo di concentramento. Lo portano davanti al comandante del campo il quale lo guarda e lo manda a casa. Lo manda via, non lo arresta nonostante avesse dichiarato di far parte della comunità e di esserne il Superiore. Non se la sentiva di abbandonare i propri amici e confratelli al destino che già prevedeva quale sarebbe stato.
In carcere, il comandante si è ricordato del nome di questo sacerdote e chiede ai guardiani del carcere di andarlo a cercare. Lo trovano in Polonia, a Cracovia, e accetta di venire a confessare quello che chiamavano “animale”, non criminale. Dopo la confessione il sacerdote assolve il condannato a morte da tutti i suoi peccati. Un po’ ci ruga ma se vogliamo che ci rughi un po’ di meno proviamo a pensare a chi è il primo canonizzato da Gesù stesso, il primo che entra con Lui in paradiso.
Vorrei provare a farvi cogliere attraverso questi aspetti la grandezza del cuore di Elisabetta e  di Teresa che si allarga  a questa ampiezza di misericordia. Più che farvi vedere dove Elisabetta parla di questo o di quello, non è una dottrina, è un’esperienza che fanno queste donne ed è l’aspetto più bello, quello mistico. L’esperienza dell’amore di Dio che riverbera nel loro cuore e loro non sanno fare altro che allargarlo ulteriormente. La misericordia.
Ebbene questo comandante  riceve l’assoluzione dei suoi peccati e il giorno dopo il confessore ritorna per portargli la comunione prima che venisse impiccato. La guardia del carcere ricorda di non aver mai visto nulla di più bello: l’animale in ginocchio che piangeva come un bambino che stava per fare la sua prima comunione. E’ andato all’impiccagione con Gesù Cristo in gola, l’hanno giustiziato, appeso alla forca, non dobbiamo scandalizzarci. La Chiesa ortodossa, più che la nostra latina, al buon ladrone ha dato anche un nome, Disman  il buon ladrone, la Chiesa, lo mette sempre nei santi ma fuori dal gruppo perché è un santo anomalo, un santo che non ha fatto un lungo tirocinio di conversione; si è convertito insieme a Gesù Cristo in estremis: “oggi sarai con me in Paradiso”.
C’è una bellissima raffigurazione del Paradiso, un’icona che raffigura il Paradiso dove si vede san Pietro che per la prima volta sta aprendo il Paradiso, ha in mano la chiave e tutti i santi dietro di lui che aspettano di entrare e lui tiene per mano. E’ la comunione dei santi: che lui tiene per mano l’altro, è una cordata, sono tutti concordi, vogliono tutti la stessa cosa. San Pietro tiene per mano san Paolo, san Paolo tiene per mano gli apostoli e gli apostoli tengono per mano tutta questa catena. Non c’è prospettiva nelle icone russe, per cui si vedono tante aureole con queste testoline che escono da questa catena immensa di tutti questi che aspettano di entrare. Ma quando entrano, sulla soglia, c’è seduta colei che non ha fatto peccati: la “tutta santa”. E’ sulla soglia seduta circondata dagli angeli ma dietro di Lei, perché è entrato prima, c’è il buon ladrone per cui la Madonna sarebbe entrata dopo, secondo questa raffigurazione. Il buon ladrone ha preceduto tutti, è già dentro, è entrato tutto sporco com’era, con un piccolo straccetto attorno ai fianchi e la sua croce in mano. Ha abbracciato anche lui la croce come Cristo, non ha stramaledetto quel luogo in cui è stato crocifisso.
Qualcuno erroneamente lo chiama fortunato ma, non dico che l’ha guadagnato perché anche lui entra gratuitamente, Gesù ha detto: “chi vuol venire dietro me prenda la sua croce …”; quindi è dentro con la sua croce quella vera, fisica, materiale che ha avuto la sorte di condividere insieme a Cristo.
La “misericordia”, il Vangelo, la mette già al primo istante della morte di Cristo; in quel momento già salva. In quel momento Cristo introduce insieme a sé stesso: “oggi sarai con me ….”; penetrati nel Regno senza le chiavi di Pietro. E’ teologia dipinta però ci fa vedere l’umanità, la larghezza del cuore.
Abbiamo visto la sproporzione di questa “misericordia” di cui abbiamo appena trascorso e terminato un anno Giubilare. Non possiamo trovare dentro la misericordia una reazione logica e pensare che la misericordia fa a pugni con la giustizia, anche perché il Papa ricorda spesso che la giustizia è il minimo della misericordia, mentre il massimo della grandezza della giustizia è la misericordia. Il modo massimo di essere giusti è quello di essere misericordiosi.
Io non sto toccando Elisabetta, ma volevo innanzitutto scuotere la nostra tranquillità di fronte a questa parola “misericordia”. Allora possiamo entrare in merito alla misericordia come l’ha sentita, come l’ha vissuta, entrare in alcune espressioni di Elisabetta della Trinità. Vi dicevo come mi dispiace che questa nostra consorella, questa amica che ci accompagna da tanto tempo, ha bisogno di essere conosciuta molto di più. Nell’ambiente sacerdotale spesso la si conosce ma molto superficialmente. Bisognerebbe ritornare a leggere gli scritti, che non sono difficili, e approfondirli di conseguenza. Molte delle sue lettere sono completamente indirizzate a sua sorella Guite oppure a degli amici. Sono pochissime le lettere indirizzate alla comunità, alla Superiora; essendo in clausura le sorelle vivono spesso nel silenzio e si scrivono per dirsi delle cose. Basta ricordare che il “Manoscritto B” di santa Teresa di Gesù Bambino, sono due lettere che lei ha scritto alla sorella Maria che abitava qualche cella più in là. Per fortuna che ha scritto perché se avesse raccontato noi non avremmo avuto questo meraviglioso scritto di spiritualità che è un capolavoro, un’opera d’arte.
Di questa frase che io cito spesso: “Ama la tua miseria perché su di essa si esercita la misericordia del Signore”, vorrei farvi vedere il contesto, la lettera nella quale Elisabetta la scrive. E’ la lettera n. 276 del 10 Ottobre 1906, lei muore a Novembre dello stesso anno; bisogna contestualizzare per capire.
Elisabetta sa che il suo tempo si è fatto breve, che se ne sta andando e scriverà il suo testamento: “Lascio la mia fede a ….”. Non alle consorelle del monastero ma a noi, i laici, per chi fa questa esperienza di Dio, neanche per sé stessa. Vuole lasciare a noi la possibilità di viverla, di incontrarla, di poterla fare e la scrive all’amica Germana.
Vediamo alcune lettere scritte a questa amica. La Lettera del 10 Ottobre dice: “Sorellina (chiamarla così voleva dire mettersi sullo stesso piano, stabilire con lei un rapporto quasi carnale, non è parente ma sorella, piccola sorella, indica una familiarità,sorella d’anima, l’amicizia che diventa fraternità),  perché Elisabetta ha un legame con questa persona, tra le due anime c’è un’affinità quasi da DNA. Ma DNA spirituale perché sentono Dio allo stesso modo, alla luce dell’eternità perché lei sta andando verso la vita , l’amore, “non muoio vado verso la luce, l’amore, la vita”). “Il buon Dio mi fa comprendere molte cose “ (l’esperienza di Elisabetta che non sta scrivendo quello che ha letto in un libro, quello che riceve non lo tiene per sé)  “ed io vengo a dirti come da parte sua, di non aver paura del sacrificio, della lotta ma piuttosto di rallegrartene” (l’autorevolezza di Elisabetta non è sé stessa, appoggia la propria autorevolezza in Dio – “mi ha fatto capire, mi ha fatto comprendere “ e questo  avvicina molto Elisabetta a Teresa anche se vanno su due piani diversi. Teresa di Gesù Bambino scrive alla sorella Maria: “ho compreso che la Chiesa …. , ho compreso”. E’ dentro ad uno slancio di esperienza di Dio profondissimo, l’ha compreso alla luce di Dio, non lo comprende semplicemente con l’intelligenza, c’è il cuore che ne fa l’esperienza più profonda. Quindi comunica quello che sta vivendo: se Dio le ha fatto comprendere vuol dire che Elisabetta sta vivendo quello che Dio le ha comunicato, di non aver paura del sacrificio, della lotta ma piuttosto di rallegrarsene. Se la tua natura è motivo di combattimento, se il tuo carattere, la tua personalità, il tuo temperamento è motivo di combattimento, non ti piaci, non ti ami, non ti accetti, non ti vuoi bene, vorresti essere un’altra persona; fra quello che uno è e quello che vorrebbe essere, il proprio progetto, il proprio pensiero, la propria immagine santa che ognuno di noi si fa, Elisabetta dice: butta giù questi castelli per aria fatti di carta velina. “Se la tua natura è un campo di battaglia, non scoraggiarti, non rattristarti (non mettere giù il muso, non fare il viso scuro), vorrei dirti, anzi, ama la tua miseria, perché su di essa Dio esercita la sua misericordia”. Quindi la miseria cos’è per Elisabetta? E’ questo campo di combattimento dove non vinci mai, lavori, lavori per cambiare, per essere diversa, per essere migliore. Questo è un peccato grande, pretendere la perfezione da qualcuno ti getta nella tristezza e ti fa ripiegare su te stessa, questo non è che amor proprio. Non è altro che egoismo, non è altro che amore di te, di quel che tu vorresti essere e che non sei e quindi ti rodi, ti corrodi e diventi acida. Amare la propria miseria, come? Come fare ad accogliersi? Perché non può essere misericordiosa una persona? Perché non lo è con sé stessa e quando vediamo una persona dura dobbiamo pensare che non si vuol bene. Noi lo manifestiamo questo nostro non volerci bene, questa nostra intolleranza nei confronti degli altri; non è che il sintomo dell’intolleranza che abbiamo con noi stessi. Che cosa ha capito questa ragazza e quello che sta scrivendo alla propria amica che era amica di ballo …. La sorella di Elisabetta suonava il piano anche lei e si è sposata con uno che suonava il violino (anime musicali). Elisabetta amava la festa, la invitavano di casa in casa, suonava il pianoforte a partire dall’età di tredici anni. A tredici anni i giornali di Digione l’hanno elogiata per il suo virtuosismo al piano, suonava gli autori più belli e tutti la chiamavano per animare le serate danzanti in queste case, in queste famiglie o anche in pubblico. Divertiva tutti gli altri che si accorgevano che lei era altrove, che lei era unita a Dio. Questo mi sembra importante scoprire in Elisabetta, che ci fa capire che non è la struttura del Monastero ad averla portata a quell’altezza, l’ha aiutata, senz’altro ma è la vita fuori del Monastero che l’ha condotta alla luce di quella presenza grande che a partire dalla prima comunione non l’ha più abbandonata. Il grande momento della conversione di Elisabetta, di temperamento irascibile, violenta. La mamma ogni tanto le preparava la valigia per mandarla in istituto di correzione. Lei ballava e la mamma aveva cercato anche di fidanzarla; ne aveva parlato anche col parroco, ma lei aveva già fatto il voto di verginità. Un giovanotto aveva cercato di corteggiarla ma tornando a casa, alla propria mamma disse: mamma, Elisabetta non è per noi!
Elisabetta ha vissuto con i “tre” dentro il mondo. Quando entrerà in clausura capirà benissimo che tutta la struttura la aiuterà, ma l’aiuterà perché  lei, l’esperienza, l’aveva già vissuta a casa. Aveva la proibizione, dalla mamma, che ha fatto di tutto per cercare di distogliere la figlia, di andare al Carmelo. Distoglierla da questa idea che la figlia ha cominciato a coltivare dall’età di sette-otto anni quando confidò al canonico amico di famiglia, con grande stupore della mamma, che da grande sarebbe stata Religiosa. Da qui la grande realtà che il figli non sono nostri, i figli non ci appartengono, i figli appartengono a Dio. Noi siamo solo uno strumento attraverso il quale il Signore li ha messi al mondo, ma non sono nostri, non ci appartengono.
Elisabetta ci dimostra che non è necessario andare in Monastero per poter praticare, lei lo insegnava a tutti. Alla sua amica insegnava come progredire in questo rapporto con Dio che non può crescere se manca questa “misericordia” nei tuoi confronti, questo amore della tua piccolezza, della tua miseria e di quello che tu sei. Noi invece siamo innamorati di ciò che non siamo e continuiamo ad inseguire quello per cui, forse, non siamo neanche fatti. Qui sarebbe interessante vedere la vita di Leonia, l’altra sorella di Teresa di Gesù Bambino che la sua miseria non l’ha subita, l’ha scelta. Non ha subito i propri limiti, non ha subito l’essere inferiore alle sue sorelle, non si è fatto l’animo cattivo con l’essere invidiosa, gelosa di quello che le altre avevano e lei no. Non ha subito tutto questo ma lo ha scelto, ha scelto di proposito l’ultimo posto che nessuno le avrebbe mai rapito, ha scelto di trafficare l’unico talento ricevuto e di non seppellirloui è Q. I talenti noi non sappiamo come Dio li distribuisce. Alla scuola di Teresa di Gesù Bambino, sua sorella, rientrerà in Monastero, riprenderà in mano tutta la sua vita e lentamente ha deciso di rimanere sulla soglia della casa del Signore, neanche di entrare più di tanto. Quando si scegliete l’ultimo posto, si è sicuri che non  lo ruba più nessuno, mentre è più facile che  rubino il primo! Non c’è concorrenza, dice il Vangelo, “gli ultimi saranno i primi”. Elisabetta scrive l’esperienza che  ha vissuto profondamente.
Continuiamo con la lettera: “Nelle ore tristi (cioè nelle ore in cui non ami la tua miseria) va a rifugiarti nella preghiera del tuo Maestro. Sì sorellina, sulla croce egli ti vedeva, pregava per te, e questa preghiera è estremamente viva e presente davanti al Padre. E’ questa che ti salverà dalla tua miseria “. (In queste poche righe la parola “miseria” ritorna ben tre volte). “Più senti la tua miseria, più deve crescere la tua fiducia, perché Lui solo è il tuo sostegno.”

N. B.  La trascrizione non è stata rivista dal relatore.  Ringraziamo Giusy Cirillo per la trascrizione e la Comunità di Bologna per aver evidenziato con le magnifiche foto le tappe della vita di S. Elisabetta.


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