Le vacanze dell'anima


E' pronta la brochure degli esercizi spirituali della Provincia Veneta che saanno guidati da p. Roberto Fornara e dedicati alla spiritualità di santa Elisabetta della Trinità. Tre giorni di "vacanza dell'anima".

Potete scaricarla qui

Non un destino, ma una destinazione

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 14, 1-12)


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: "Vado a prepararvi un posto"? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: "Mostraci il Padre"? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».


La liturgia di questa domenica pare che ci porti indietro rispetto alla Pasqua perché ci è presentato un tratto dei cosiddetti discorsi di addio di Gesù nel Quarto Evangelo. In realtà quei discorsi ci spalancano in pieno il dopo-Pasqua: in quelle pagine l’evangelista, con l’artificio letterario di discorsi testamentari, ci presenta le promesse e gli sconfinati orizzonti che l’andata via di Gesù, il suo “esodo” da questo mondo al Padre (cfr. Gv 13, 1), aprono alla storia, ad ogni uomo.
Le parole che Gesù pronuncia nel brano di oggi iniziano con una parola chiave per il Quarto Evangelo, una parola che ci deve essere molto cara: “moné”, cioè “dimora”, è la promessa che nella casa del Padre ci sono molte dimore, e Lui le prepara per ciascuno di noi; è parola chiave per Giovanni perché correlata al verbo più amato dal Quarto Evangelo, “ménein” che significa “rimanere”, “dimorare”, “restare”. La dimora che Gesù va a preparare con il suo “esodo” è la radice della possibilità che ci è data qui, nella nostra vita di credenti, di dimorare, rimanere in Lui, e fare della nostra vita un dimorare stabile nell’amore di Dio.
Le grandi auto-rivelazioni che ci sono in questa pagina sono provocate da due domande di Tommaso e di Filippo. Qualcuno ha ipotizzato che Giovanni ricalchi qui l’ “haggadàh” (lett. “racconto”) della cena pasquale ebraica, in cui i piccoli fanno domande che hanno il preciso scopo di far avanzare e provocare il racconto dell’esodo fatto da chi presiede la cena. Qui avviene proprio così: le domande permettono a Gesù di pronunziare queste due grandi parole auto-rivelative.
Tommaso chiede quale sia la meta del Suo esodo (“Non sappiamo dove vai e come possiamo conoscerne la via?”), avendo detto Gesù – precedentemente – che di quella meta essi “conoscono la via”. E’ così, essi conoscono la via poiché hanno conosciuto Gesù, e a pieno lo conosceranno nell’esperienza pasquale, in cui definitivamente capiranno la sua identità. La via, dunque, non è una dottrina, non è un comportamento etico, non è una sapienza iniziatica come potevano pensare quelli che erano adusi a sentir parlare di religioni misteriche, a quel tempo molto diffuse. La via è Lui, la via è la sua carne di uomo, la via è la sua vita concreta, è l’amore con cui Lui la sta vivendo, “fino all’estremo” (cfr. Gv 13, 1). E’ la via perché è la verità; ed è la verità non perché dica delle verità o perché trasmetta una dottrina, ma perché è Lui stesso la verità. Lui è la verità dell’uomo, Lui è l’uomo in pienezza, è l’uomo capace di vere relazioni con Dio, con la storia, con gli altri, con la sua stessa umanità. Gesù è la verità perché Lui è la fedeltà che non si spaventa dell’infedeltà, e d’altro canto, in ebraico i concetti di verità e fedeltà sono coincidenti! Gesù è la vita perché la vita è Dio, e Lui ha posto la vita di Dio nella carne dell’uomo; e la sua carne apre ad ogni carne la vita di Dio, che è la comunione trinitaria, è l’amore che “circola” tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo! E questa vita la si accoglie solo se si accoglie Lui…
La domanda di Filippo, invece, si inscrive all’interno del grande desiderio dell’uomo, e in particolare dell’uomo biblico, di vedere Dio, di vedere l’“oltre”! La domanda di Filippo ci conduce ai vertici della rivelazione del Nuovo Testamento: Dio finalmente si è reso visibile! Visibile non in visioni spettacolari, straordinarie, numinose; non in teofanie simili a quelle che la Prima Alleanza ci descrive, a partire dal roveto ardente (cfr. Es 3, 1-6) ai fenomeni del Sinai (cfr. Es 19, 16ss), dalle visioni come quelle di Isaia (cfr. Is 6) a quelle di Ezechiele (cfr. Ez 1) o di altri profeti… Qui Gesù parla di un vedere che ha per oggetto un uomo, solo un uomo! Dio si è mostrato tutto in un uomo! E’ straordinario!
Se non si capisce questo, nulla si capisce del cristianesimo, e nulla si capisce della portata rivoluzionaria e sovversiva della rivelazione cristiana; l’antico e bellissimo grido dell’uomo “Mostraci il tuo volto, Signore!” (cfr. Es 33, 18; Sal 105, 4; Sal 27, 8) riceve qui una risposta davvero inattesa, straordinaria: “Chi vede me, vede il Padre”. Ecco la “visione” di Dio: il volto di Cristo! Vedere Cristo e la sua umanità è vedere Dio… è qui la grande novità e la sovversione del cristianesimo! Qualcuno ha detto che qui sta la grande desacralizzazione di Dio, della “religione” che cessa di essere perciò “religione”… E’ vero! E’ proprio così! Dio non va più cercato nel miracolistico, nello splendore accecante e che fa paura, ma va cercato tutto nel volto di un uomo e – di conseguenza – nel volto di ogni uomo!
Se Gesù narra Dio attraverso tutto ciò che è, attraverso ciò che fa, attraverso ciò che dice, questo si riverbera sul volto dell’uomo tout-court…d’altro canto, la prima parola del Decalogo con il divieto di fabbricare immagini di Dio (cfr. Es 20, 4ss) era certo una prescrizione per combattere ogni idolatria, ma aveva al fondo la consapevolezza che l’immagine di Dio nel mondo già c’è: è l’uomo creato a Sua immagine. Ora, in Cristo Gesù questo assume una pregnanza eccezionale, e quel volto santissimo, quell’umanità santissima, ci invita di continuo a cercare Dio nel volto dell’uomo che Egli ha assunto, ed ha assunto per sempre! Il Figlio Risorto, infatti, è uomo e uomo per sempre!
Gesù narra il Padre con le parole e le opere e qui, a Filippo, Gesù lo dice con chiarezza: “Le parole che io vi dico non le dico da me; il Padre che è in me fa le sue opere”. Lui è la Parola del Padre, Lui è l’agire del Padre, un agire che è tutto amore, un agire che si rivela offerta totale della vita!
La liturgia di questa domenica ci suggerisce che questa narrazione del Padre, che questa via, verità e vita che è Gesù, può e deve essere resa presente e tangibile alla storia dalla Chiesa. La Chiesa ha una vocazione: essere la vicenda pasquale di Gesù nella storia, in ogni oggi della storia.
L’elezione dei sette diaconi che Atti ci racconta nella prima lettura di oggi va proprio nel senso di continuare a narrare all’uomo la tenerezza di Dio, che provvede con amore al bisogno dei poveri e che ormai lo fa attraverso il corpo di Cristo che è la Chiesa: è attraverso l’umanità piena dei credenti che Cristo continua a narrare il Padre. E’ l’edificio di Dio che è la Chiesa, fatto di pietre vive – come scrive l’autore della Prima lettera di Pietro nella seconda lettura – che mostra il volto di Dio alla storia.
La via, la verità e la vita, la narrazione cioè del Padre che è Cristo, sono state consegnate alla Chiesa, ai credenti in Lui, a quelli che – dimorando in Lui – hanno scelto come via della loro umanità, come verità della loro esistenza, come vita che dia senso alla loro vita, Colui che – narrando Dio – ci ha narrato l’uomo. E all’uomo ha consegnato il compito di continuare questa narrazione con la “potenza” della sua Pasqua, con una “potenza” in-credibile al mondo, una “potenza” crocefissa, mondanamente perdente…ma una “potenza” amante e perciò salvifica!

Lo sguardo fisso alla dimora preparata dal suo amore, e nel cuore un unico grande desiderio: dimorare in Lui!
p. Giorgio Rossi, ocd

Si svolgeranno a Vitorchiano il prossimo agosto gli esercizi spirituali della Provincia di San Giuseppe, guidati dal Delegato Generale p. Alzinir Debastiani. Titolo delle quattro giornale di meditazione "Scoprire Dio in tutto"

Il pieghevole con il programma

SCUOLA FORMATORI OCDS PROVINCIA VENETA

Sabato 6 maggio si è svolto presso il Convento dei Padri Carmelitani Scalzi di Venezia il quarto ed ultimo incontro della Scuola Formatori della Provincia Veneta. L’incontro, riservato ai Responsabili della Formazione, ai Presidenti e ai Padri Assistenti delle Comunità, è iniziato con la S. Messa, presieduta dal nostro Delegato Provinciale, P. Aldo Formentin, e concelebrata dai Padri Assistenti presenti, nella splendida Chiesa di S. Maria di Nazareth di stile barocco, costruita fra il 1600 e il 1700 sotto la guida di Baldassarre Longhena e successivamente affrescata da Giambattista Tiepolo. 
 Fede e arte si sono per noi unite in suggestiva armonia facendoci ancor più gustare la bellezza del mistero eucaristico. Il programma della giornata prevedeva una “tavola rotonda” che favorisse un confronto aperto e fraterno fra i Responsabili sulla loro esperienza formativa.

Io sono il Buon Pastore

IV Domenica di Pasqua
La liturgia della parola di questa domenica ha il messaggio speciale che riguarda sempre il rapporto tra Dio e l’uomo.
Dio ha manifestato il suo volto della misericordia in Gesù,perché l’umanità che è errante come pecore senza pastore. Gesù è la sua guida .In Gesù abbiamo l’esemplare del vero pastore.
Nella sua persona giunge a compimento l’attesa del buon pastore promesso da Dio. Egli è il “grande pastore .“
Per questo che  la Quarta domenica di Pasqua è chiamata
 “domenica del Buon Pastore.”
L’immagine del pastore che guida e protegge il suo gregge è usata da Gesù stesso per presentare la sua missione.
Lui è venuto nel mondo per salvare prima l’uomo e poi con l’uomo lo stesso luogo dove l’uomo vive: cioè il mondo.
 La missione di Gesù…  E’ la buona notizia o meglio la Buona Novella   VANGELO.
L’immagine del pastore buono è il centro del  Vangelo.
 La possibilità di comprendere questa immagine…   ”Pastore”
Il pastore che cosa fa’ va ed entra nel recinto delle pecore.
Entra dalla porta conosce le pecore e loro conoscono lui il loro pastore .
Lui le chiame una per una,le porta al pascolo e le protegge.
Questo è lo stile che Gesù.
Insegnato e trasmesso ai suoi discepoli.
Le relazioni che devono distinguere  e contrassegnare le comunità cristiane;
non relazioni puramente strumentali ed interessate, ma fatte di coinvolgimento personale e cura di attenzione e premura.
 Il Signore aiuta ad essere noi stessi con Lui.
Essere pecore –uomini- cristiani non vuol dire dare il solo il nostro assenso ma essere attivi con la propria testimonianza.
Gesù entra nei recinti di noi stessi.
Non con la violenza,che non è sua,ma con l’umiltà di chi ha scelto di dedicarsi al servizio  degli altri.
Io sono venuto per servire e non per essere servito. Gv.
In un  altro passo del Vangelo dice  da questo vi riconosceranno che siete miei discepoli –pecore- se vi amerete gli uni gli altri come io vi ho amato. Gv.  13,34-36

Questa è la nostra vocazione fondamentale di cristiani”seguaci di Cristo”.
Essere persone normali che imitano ed invitano Gesù ad aprire i nostri cuori.
Solo allora il nostro sguardo rivolto al prossimo potrà cambiare.
Recupereremo quella libertà interiore che ci libererà dalle nostre chiusure.
Cosi potremmo pregare il Cristo perch

è noi instaurassimo con ogni nostro fratello un rapporto personale e comunitario.
 Come noi facciamo con Lui ?
Anzi come Lui fa sempre con tutti noi indistintamente.
Potremmo concludere con queste parole…

UNA PREGHIERA A GESU' BUON PASTORE

Signore Gesù, è attraverso di te che noi possiamo entrare nel mistero di amore che trasfigura la nostra esistenza:Tu sei la porta,il passaggio che conduce a Dio e ne rivela la misericordia senza limiti; tu sei la porta che apre su una pienezza sconosciuta,l’approdo di gioia e di pace del nostro pellegrinaggio.
p Emanuele Grimaldi ocd

La regola. L'Armatura

Nelle due schede che pubblichiamo, la nostra riflessione sulla Regola prosegue sia sul tema dell' "Armatura" sia su quello dell' "Obbedienza"
Vedremo come lo sguardo di Sant’Alberto va sul mistero del Carmelo e sul suo simbolismo biblico, carico di esigenze e di responsabilità, ed egli lo offre agli eremiti. Il silenzio adorante –la «quiete contemplativa»– deve essere dunque l’atmosfera propria del Carmelo. Ed essa custodirà la «giustizia» e ne sarà a sua volta custodita. 
 A sua volta, l'obbedienza non va disgiunta dal vivere pienamente e totalmente per il Signore degli eremiti del Monte Carmelo; cosa che comportava il non dimenticare che essi tutto avevano ricevuto da Lui.

“La Regola non considera il Superiore come un padrone o come un direttore d’azienda (ricorda il Card. A. Ballestrero),
ma come il rappresentante di Cristo, come colui che conduce il gregge, come la Chiesa che esercita la sua missione di salvezza. E Credo che sia sempre utile non perdere mai di vista questa prospettiva, perché le persone passano; perché le creature sono solo strumenti nelle mani di Dio; perché nella vita della Comunità l’amore, il rispetto, l’ossequio, l’obbedienza per chi la presiede non devono essere motivati dalle qualità della persona, ma devono essere motivati dalla missione che ha ricevuta da Cristo.




Riconoscere Gesù, dal dubbio alla fede

Dom III, tempo pasquale, A (Lc 24,13-35)

Durante il tempo pasquale la liturgia fa memoria della “sostanza propria” della “Buona Novella” (euaggelion), ossia la Risurrezione di Cristo. Infatti, la predicazione degli apostoli, sia agli stessi giudei che “per mano dei pagani hanno crocifisso e ucciso Gesù, ma che Dio ha risuscitato…” (At 2,23s.), che ai pagani, come dimostra s. Paolo nelle sue lettere (ad es. ICor 15,12ss.), è tutta fondata sull’annuncio della Risurrezione di Cristo.
Tra le diverse narrazioni, nei quattro Vangeli, risalta l’episodio dei discepoli di Emmaus. Esso è tanto prezioso per cogliere la continuità e la novità dell’esistenza del Risorto e anche per comprendere come questa novità di Cristo Risorto diventa esperienza e testimonianza dei cristiani. Ovvero, come dal dubbio e dall’incredulità il cristiano giunge alla fede, e così diventa “apostolo”, messaggero di Cristo ai fratelli.
La chiesa che ricorda l'apparizione di Gesù a Emmaus in Terra Santa
Tutto l’episodio storico acquista quindi un senso spirituale eminente, come una parabola valida per ogni persona in cerca di Dio. La “fuga” dei due discepoli da Gerusalemme, la “delusione” per il “fallimento” di Gesù, il misterioso pellegrino che si associa a loro e inizia a spiegargli “ciò che in tutte le Scritture si riferiva a lui”, e cioè, che doveva vincere il peccato e la morte e così liberare l’uomo alla gloria divina, attraverso la passione e la croce, il riconoscerLo nel segno eucaristico e infine la testimonianza della Buona Novella davanti ai fratelli.
Come nelle altre narrazioni delle apparizioni del Risorto, emerge la fatica nel raccontare la figura del Risorto. Joseph Ratzinger rileva, che proprio questo balbettare – anche contraddittorio – dei testimoni del Risorto diventa la prova della veridicità di queste testimonianze: “Nella contraddittorietà dello sperimentato che caratterizza tutti i testi [narrazioni della Risurrezione], nel misterioso insieme di alterità e identità si rispecchia un nuovo modo dell’incontro, che apologeticamente appare piuttosto sconcertante, ma che proprio per questo si rivela maggiormente come autentica descrizione dell’esperienza fatta” (Gesù di Nazaret, II vol., p. 296).
Mentre i discepoli camminano e discutono, Gesù si avvicina e cammina con loro. “Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo”. Non erano gli occhi del corpo, ma gli occhi interiori: gli “occhi del cuore”, impediti per l’incredulità, così dichiara S. Gregorio Magno (hom. 23). Gesù non apre loro subito gli occhi, come fa al cieco nato, ma, riepilogando le testimonianze delle Scritture su di lui, fa ardere i loro cuori. La fede è un camminare con il Signore, che si associa come pellegrino a noi pellegrini in terra, mediante la sua parola e i suoi sacramenti; ed è un camminare verso il Signore che si rivelerà pienamente al tramonto della nostra vita. Mediante la lettura credente, la Parola di Dio diventa Parola viva, diventa “pedagogia divina”, che porta il cristiano alla conoscenza delle vie del Signore, spesso segnate da fallimenti, dalla sofferenza, da ciò che umanamente può sembrare una “passione inutile”, insensato. La parola, il “logos” di Dio “riscalda” il cuore del credente e lo fa ardere della nostalgia di Dio. “Resta con noi, perché si fa sera, e il giorno ormai è al tramonto”: è questo cuore ardente di “sete di Dio”, che prima ancora di identificare pienamente Gesù Risorto, avverte la sua misteriosa vicinanza.
Ma è tuttavia solo nel momento della “frazione del pane” - segno eucaristico – che i discepoli lo riconoscono. Per i Padri della Chiesa si esprime in questo passo la dinamica della fede, ossia come il credente giunge dall'atto di fede alla conoscenza di Cristo: L'ascolto della Parola di Dio fa ardere  d'amore di Dio il cuore dei due discepoli. Ma è il momento dello “spezzare il pane”, mentre si nutrono di Cristo nel pane eucaristico, quando riconoscono il Signore. Certo, è una conoscenza, che mantiene sempre il suo carattere trascendentale, “inafferrabile”. L'evangelista lo sottolinea: “Ma Egli sparì dalla loro vista”.
 Ancora Papa Ratzinger, commentando questa pericope lucana, descrive questo riconoscere Cristo nel mistero eucaristico: “Il Signore sta a tavola con i suoi come prima, con la preghiera di benedizione e lo spezzare il pane. Poi sparisce davanti alla loro vista esterna, e proprio in questo scomparire si apre la vista interiore: lo riconoscono. È un vero incontro conviviale e tuttavia è nuovo. Nello spezzare il pane Egli si manifesta, ma solo nello sparire diventa veramente riconoscibile” (Gesù di Nazaret, ibid. p. 299).

La preghiera colletta della III domenica di Pasqua (A) riassume molto bene questa grazia pasquale: il dono dello Spirito di Cristo che scaturisce dalla Parola e dall'Eucaristia e trasforma il credente in un autentico cristiano, testimone coraggioso di Cristo. Domandiamo a Dio questo grazia per la Chiesa, per i cristiani di tutto il mondo: “O Dio... donaci il tuo Spirito, perché nella celebrazione del mistero eucaristico riconosciamo il Cristo crocifisso e risorto, che apre il nostro cuore all'intelligenza delle Scritture, e si rivela a noi nell'atto di spezzare il pane”.
P. joseph Heimpel, ocd

Scuola per formatori a Maddaloni

Riprende dall'11 al 13 maggio la scuola di formazione per formatori "Alla scuola del Carmelo", organizzato dal Consiglio OCDS della Provincia Napolena che si svolgerà nel centro di spiritualità di Maddaloni (Caserta). Fra i relatori: p. Luis J. Gonzalez (il dono della contemplazione: traguardo della preghiera; accompagnamento spirituale empatico secondo Teresa d'Avila), Iain Matthew (introduzione alla dottrina di san Giovanni della Croce), Cosimo Pagliara(La vita secondo lo Spirito in S. Paolo), Rossana Sabatiello (verifica).

Gesù viene incontro ai nostri dubbi


Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20, 19-31).

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!» Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!» Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Il Risorto è presente nella sua Chiesa! La Pasqua non è conclusione di una storia…non è il “lieto fine” di una vicenda dolorosa…la Pasqua è nuovo inizio di una presenza che fonda una comunità di uomini e donne rinnovati dalla misericordia e colmati del bene supremo cui ogni uomo anela: la pace.
La Pasqua è dono di pace, ma è un dono di cui Gesù, entrando nel cenacolo in quella sera del primo giorno dopo sabato e dicendo “Pace a voi”, mostra il prezzo: le sue mani e i suoi piedi feriti, il suo cuore trafitto! Questo è il prezzo della pace e dell’uomo nuovo: un prezzo che Gesù mostra senza rinfacciare il dolore, senza rinfacciare l’abbandono, senza rinfacciare i tradimenti.
Le piaghe del Crocefisso sono al cuore della Chiesa perché al cuore di essa c’è l’amore fino all’estremo (cfr. Gv 13, 1) di Lui che l’ha creata e santificata.
Il Quarto Evangelo non ci dice che Gesù “apparve” (e neanche “venne”!), ma che Gesù “stette in mezzo [a loro]” (“éste eis tò méson”): Pasqua è, dunque, apertura di un tempo nuovo ed ulteriore, un tempo in cui si può sperimentare una presenza stabile, sicura, estesa; una presenza che la Chiesa può gustare senza più limiti di spazio e di tempo. Una presenza che c’è, e che si rinnova di continuo aprendo il tempo all’eterno… e questo in ogni giorno della storia.
L’evangelo di questa domenica ci dice che il Risorto stette in mezzo ai suoi la sera del giorno della Risurrezione e otto giorni dopo… Il giorno dell’incontro rinnovato con il Risorto è così l’ottavo giorno: se ci riflettiamo, però, l’ottavo giorno in sé e per sé non esiste (i giorni sono 7!); l’ottavo giorno è allora dizione che ci rivela che il tempo del Risorto, il tempo in cui Lui ormai sta nella sua Chiesa, è un tempo oltre il tempo: nel tempo c’è uno sprazzo di eterno che è la sua presenza, che viene a donare pace e viene a cercarci con le sue piaghe; la sua presenza trascina la storia verso l’oltre della storia, verso l’eterno.
I discepoli presenti in quella sera di Pasqua accolgono quella presenza e la riconoscono. Colgono anche la richiesta del Risorto alla loro vita di Chiesa: annunziare l’evento pasquale come luogo di misericordia e di perdono, mostrando il volto di una comunità di uomini riconciliati dall’amore fino all’estremo di Gesù.
I Dieci (Tommaso è assente) accolgono quell’invito ad essere testimoni della Risurrezione e della speranza; questo è possibile solo annunziando la remissione dei peccati con la propria vita. Annunziare la remissione dei peccati è compito ecclesiale cui adempiere con tutta la vita della Chiesa, che il Risorto ha posto nel mondo come comunità riconciliata e riconciliante.
La pace del Risorto, che raggiunge il cuore dei discepoli chiusi in quel cenacolo che è diventato la loro “tomba”, li fa partecipi della Risurrezione di Gesù: erano “morti” per la paura e per la disperazione, ma l’ingresso di Gesù apre loro nuovi orizzonti di vita e dà loro un compito preciso: testimoniare la novità! Essi lo fanno subito con Tommaso, e lo fanno anche con insistenza. Giovanni, infatti, usa qui un imperfetto per parlare della loro testimonianza: “gli dicevano” (“élegon oûn autõ”)! Il loro è annunzio reiterato ed insistente, ma Tommaso è un fallimento! In verità, anche loro non dovevano aver accolto la testimonianza di Maria di Magdala se Gesù li ha trovati “seppelliti” a porte chiuse: questa volta, però, non è la testimonianza di un singolo ma è la testimonianza della Chiesa, di tutta una comunità credente…
Dalle labbra di Tommaso rimbalza una sfida: vuole vedere anche lui, vuole toccare; vuole, in fondo, più degli altri! Tommaso poteva essere il primo dei nostri fratelli, condividendo la nostra fede al buio, una fede senza vedere; e invece no! Ha voluto aver bisogno del vedere; ha voluto essere più fratello di Pietro, di Giovanni, di Giacomo e degli altri che fratello nostro! Certo, è nostro fratello nel dubbio e nella fatica di credere!
Il dubbio… nel nostro mondo pare che avere dubbi sia molto meritorio; in realtà – spesso – risulta molto comodo, e così si fa passare il dubbio per espressione di maturità, di non creduloneria, di indipendenza. Molti sono onestamente dubbiosi e tormentati dal dubbio; per tanti, invece, il dubbio diventa un paese di disimpegno! Se Cristo è risorto, nulla può essere più come prima… ma se mi rifugio nei meandri del dubbio, allora tutto può rimanere sospeso nel mediocre, rendendo possibile rimandare decisioni e definitive prese di posizione.
Tommaso, dunque, è uno che sta imboccando questa via mortifera, una via che è anche via di peccato poiché lui è lontano dalla Chiesa proprio la sera di Pasqua, ma soprattutto perché non crede alla testimonianza della Chiesa: il suo è un peccato prima contro la Chiesa e poi contro Dio… Tommaso però viene cercato nel suo peccato da Colui che ormai sta nella Chiesa, e che egli ha rifiutato rifiutando la Chiesa.
E Gesù stette di nuovo in mezzo a loro! Tommaso ora – cercato – si arrende… ma si arrende al vedere? Tommaso si arrende in primo luogo dinanzi all’essere stato cercato e amato sul terreno della sua incredulità, del suo peccato. Tommaso si arrende a Colui che è tornato all’ottavo giorno solo per cercare lui, l’incredulo che ha sfidato Dio.
“Signore mio, Dio mio” grida Tommaso, facendo esplodere nel Nuovo Testamento la più grande confessione di fede cristologica! E da quelle labbra arrese all’amore, questa parola grande e semplice rimbalzerà sulle labbra di tutte le generazioni cristiane: generazioni più beate di Tommaso perché credono senza vedere, ma beate con Tommaso perché – come lui – amate e perdonate da Colui che ormai sta nella Chiesa, e spinge la Chiesa ad essere dimora di misericordia, dimora di fratelli tutti peccatori perdonati, tutti chiamati a perdonare e perdonarsi.
Così, e solo così, il mondo crederà senza vedere, senza vedere le piaghe del Risorto ma vedendo il frutto meraviglioso di quelle piaghe: una comunità di uomini e donne che, perdonati, si perdonano. Ecco l’unica cosa che la Chiesa deve mostrare!
p. Giorgio Rossi, ocd

Peregrinatio delle reliquie di S. Elisabetta della Trinità

Riceviamo da p. Romano Gambalunga, postulatore per le cause dei santi, la seguente lettera:
Cari fratelli e sorelle, vi scrivo per annunciarvi un’iniziativa che abbiamo pensato insieme a P. Antonio Sangalli, Vice postulatore della Causa di S. Elisabetta della Trinità.
Un aspetto dell’attualità di Elisabetta e, se vogliamo, del suo profetismo, è sicuramente da rilevare nell'avere maturato e vissuto grande parte della sua profonda esperienza dell’amore trinitario che Gesù è venuto a comunicarci, vivendo la sua esperienza umana con intensità e completezza, come ogni giovane, immersa in molteplici attività, coltivando mille interessi, godendo appieno di ciò che la vita le offriva.
La più alta esperienza di intimità e consegna di sé all'Amato la visse immersa nella vita del mondo, senza rifiutare alcuna dimensione della propria umanità. Elisabetta, però, non è conosciuta per questo, quanto per il suo messaggio prettamente spirituale e la sua profonda teologia esistenziale.

L’iniziativa della peregrinatio delle reliquie è pensata perciò, proprio come occasione di far conoscere Elisabetta anche al di fuori degli ambienti “spirituali” del Carmelo, della vita religiosa, dei seminari, della teologia accademica, facendo leva sul potere di attrazione e coinvolgimento che l’accoglienza dell’Urna – contenente delle reliquie insigni ex ossibus – debitamente preparata, sa esercitare. L’intento, in poche parole, è favorire l’incontro tra lei – con il suo modo così semplice di trovare in tutte le cose e le attività il Dio che ci ama, imparando a donarsi a Lui per assomigliare a suo Figlio Gesù Cristo – e soprattutto i nostri amici laici (giovani, lavoratori, disoccupati), perché trovino la pienezza della loro vita mediante la parola e la presenza di questa grande Santa, che ci insegna ad accogliere la parola di Dio con estremo realismo conducendoci alle profondità della vita trinitaria in Cristo Gesù.
Dunque, l’ambito privilegiato a cui ci rivolgiamo è il mondo del Carmelo italiano, ma nulla vieta che l’Urna delle reliquie passi anche nelle parrocchie dove sorgono conventi e monasteri: attraverso questa peregrinatio vogliamo proporre un’occasione di animazione vocazionale ed evangelizzazione. Chiunque fosse interessato – Conventi, Monasteri, Fraternità Secolari, Parrocchie – può già da ora inviare la propria adesione scrivendo a: P. Antonio Sangalli, Convento Padri Carmelitani Scalzi, Via Pergolato 1, 44121 Ferrara o inviando una mail a questi indirizzi: sangalli.antonio@tiscali.it o postgen@ocdcuria.org. L’Urna delle reliquie può essere riservata per una settimana/dieci giorni; ognuno può organizzare il proprio programma come meglio crede.
 La Postulazione generale dell’Ordine sta preparando alcuni sussidi, per aiutare la preparazione della predicazione e dell’animazione di varie celebrazioni (Messa, Liturgia delle Ore, Veglie…). Per meglio valutare il da farsi, attendiamo l’adesione di quanti sono interessati alla peregrinatio per stendere poi un calendario con le varie tappe. L’intenzione è quella di iniziare la peregrinatio dopo Pentecoste, quando sarà ultimato l’allestimento dell’Urna delle reliquie per i vari viaggi che dovrà affrontare e la sua esposizione in chiesa.
 Vi saluto con affetto, fraternamente,
   p. Romano Gambalunga OCD Postulatore generale

Corriamo veloci incontro al Signore risorto

 Santa Pasqua

Carissimi fratelli, celebriamo solennemente oggi la Pasqua di Gesù. Vediamo subito all’inizio del Vangelo una figura particolare, Maria Magdala. La protagonista di questo evento meraviglioso è una donna. L’Evangelista poteva raccontare una cronaca su come avveniva la risurrezione di Gesù ma non lo fa. Parla invece di come incontrare il Risorto. Per noi che celebriamo questa festa a noi importa comprendere come incontrare il Risorto, come accogliere nella nostra vita questa grazia. Ed ecco in questo cammino che appare la figura di Maria Magdala che va in cerca di Gesù alla tomba. Va incontrare il Risorto. Questo è il motivo per qui celebriamo la Pasqua di Gesù.
L’indicazione del tempo ci fa comprendere il senso di ciò che Maria cerca. Un giorno primo dopo la settimana. Il sabato concludeva la settimana. Il primo dopo la settimana è il numero otto. In Matteo 5 vediamo le otto beatitudini e che le pratica sarà capace di superare la morte. La risurrezione di Gesù in quello giorno indica una nuova creazione che si realizza nella risurrezione di Gesù.
Maria Magdala viene di buon mattino alla tomba essendo ancora buio. Nel prologo di Giovanni, l’Evangelista ci fa comprendere la difficoltà di chi vive nelle tenebre di accogliere il messaggio di Gesù, la buona novella che Gesù ha rivelato. Maria Magdala parla al plurale: “hanno portato via il Signore, non sappiamo dove l’hanno messo”. Lei parla a nome della prima comunità che vive ancora nelle tenebre.
Maria vide la pietra tolta dal sepolcro. La pietra si usava per chiudere ogni possibile comunicazione tra che sta nel regno dei morti e che sta tra i viventi. In questo senso che si spiega l’atteggiamento di Maria. Maria va di buon mattino ma è stata condizionata da quell’idea cioè impossibile relazione tra i morti e i viventi. Sappiamo che i farisei non credono nella risurrezione dei morti.
Vedendo la pietra tolta Maria corre da Simon Pietro e l’altro discepolo anonimo. Dove sono gli altri discepoli? Si sono dispersi per paura e per l’incertezza. Maria Magdala che li raduna portando questa notizia. Chi va in creca del Risorto, quando lo trova va a radunare i dispersi. Questo è il compito di ciascuno di noi. È il messaggio di questa festa. La donna che era considerata inferiore adesso tiene un ruolo importante, quello di radunare i dispersi. La fede nel Risorto ci porta a realizzare questa missione.
I due discepoli correvano ma l’altro è più veloce. Il discepolo che sta intimo nell’ultima cena, disposto a morire con il Maestro è colui (anonimo cioè può essere tutti noi che seguiamo Gesù) che ha l’esperienza dell’amore di Gesù. Perciò corre veloce. 
Fare il corso da gigante come dice Santa Teresina. La spiritualità carmelitana ci invita proprio a fare questa esperienza. Lasciamoci amare da Gesù, solo cosi possiamo correre veloce. Invece Pietro ha dei pesi (ha rinnegato Gesù) che rallentano il suo cammino. Ha detto di essere pronto a dare la vita per Gesù ma dopo lo ha rinnegato. Il fallimento non è la fine del cammino ce l’ha insegnato Gesù quando è caduto per tre volte.
Il credente non è colui che da la vita per il Maestro come lo desiderava Pietro ma è Dio che offre la vita per gli uomini. Poi colui che è con Dio e come Dio dà la vita per gli altri.

La ricerca fervorosa di Maria Magdala alla tomba e la missione di radunare i dispersi sia la nostra missione. E la grazia frutto della Pasqua di Gesù ci sostiene sempre in questo cammino. 
P Hervé Andianarisoa ocd

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