L'invito a non aver paura


«Non abbiate paura», è l’invito che Gesù rivolge ai Discepoli ed a noi, per ben 3 volte, nel Vangelo di questa XII Domenica del Tempo Ordinario, tra l’altro un’esortazione molto presente in tutta la bibbia, da parte di Dio verso l’uomo, verso il suo popolo, perché Egli è presente, ascolta, si prende cura.
Prendendo spunto da tutto ciò, in tutta la Parola di Dio di questa Domenica mi sembra di cogliere 3 indicazioni: 1) Non avere paura  2) Temere Dio 3) Fidarsi di Dio

1) «Non abbiate paura»: è una frase che ricorre spesso nella bibbia: ad Abramo, a Mosè, ai Profeti, ad Elìa, ecc…, Dio esorta a non avere paura, assicurando la Sua Presenza…«Perché io sarò (camminerò) con te».
La paura è una realtà costitutiva della fragilità umana che l’uomo da solo e con le sue forze non può vincere, deve necessariamente confidare nell’aiuto di Dio.
Anche Gesù, venuto fra noi come ‘Dono’ del Padre per tutti noi (“Dio ha tanto amato il mondo da mandare, consegnare suo Figlio”) più volte, nei vangeli, usa questo linguaggio: ad esempio a Giairo, capo della sinagoga, nonostante abbia appreso la notizia della morte della sua amata figlia, Gesù gli dice perentoriamente:"Non temere, solo abbi fede (continua da vere fede)" (Lc 8,50).
Anche ai Discepoli, sulla barca in balia delle onde: "Coraggio, sono io, non abbiate paura" (Mt.14,27),
A Simon Pietro dice: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini» (Lc 5,10).
Dopo la Risurrezione, Gesù appare ed esorta a “non temere”
Così a Maria e Giuseppe, attraverso l’Angelo, viene detto di “Non temere”   
Nel Vangelo di oggi, Gesù indica ai Discepoli «Non abbiate paura degli uomini…» (poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto) e quindi di annunciare con coraggio; «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo» (ma non hanno potere di uccidere l’anima, abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo); «Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! »
Risulta evidente, nel brano evangelico, come Gesù desideri educare gli apostoli alla missione, non illudendoli, ma anzi, realisticamente, avvertendoli circa le tante difficoltà che dovranno incontrare e affrontare nella loro attività missionaria.
Mi vengono in mente le parole di Giovanni Paolo II, all’inizio del suo pontificato: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa! Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna.”

2) «Temere Dio»: ancora più realisticamente, Gesù invita i Discepoli e noi, a temere non gli uomini ma Dio. Potremmo dire: passare dal “temere” al “timore”.
Ma cos’è il “Timore di Dio”?
Ascoltiamo quanto ci dice Papa Francesco: “Temere Dio non significa avere paura di Lui: sappiamo bene che Dio è Padre, e che ci ama e vuole la nostra salvezza, e sempre perdona, sempre; per cui non c’è motivo di avere paura di Lui! Il timore di Dio, invece, è il dono dello Spirito che ci ricorda quanto siamo piccoli di fronte a Dio e al suo amore e che il nostro bene sta nell’abbandonarci con umiltà, con rispetto e fiducia nelle sue mani. Questo è il timore di Dio: l’abbandono nella bontà del nostro Padre che ci vuole tanto bene.”
E continua: “Il timore di Dio ci fa prendere coscienza che tutto viene dalla grazia e che la nostra vera forza sta unicamente nel seguire il Signore Gesù e nel lasciare che il Padre possa riversare su di noi la sua bontà e la sua misericordia. Aprire il cuore, perché la bontà e la misericordia di Dio vengano a noi. Questo fa lo Spirito Santo con il dono del timore di Dio: apre i cuori.”

3) «Fidarsi di Dio (confidare in Lui)»: e giungiamo così al ‘cuore’ dell’invito di Gesù. Non ha paura solo chi si affida e confida in Dio, perché diventa il suo sostegno, la sua sicurezza e certezza, Egli è Colui che si prende cura dell’uomo in ogni situazione. Infatti Gesù dice: “Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!”
Noi ‘valiamo’, siamo ‘preziosi’ agli occhi di Dio, perché siamo sue creature, suoi figli.
Interessante, a tal proposito, il commento di Benedetto XVI: “Siamo così stimolati a riflettere sulla differenza che esiste tra le paure umane e il timore di Dio. La paura è una dimensione naturale della vita. Fin da piccoli si sperimentano forme di paura …queste devono essere affrontate e superate con l’impegno umano e con la fiducia in Dio. Ma vi è poi, oggi soprattutto, una forma di paura più profonda, di tipo esistenziale, che sconfina a volte nell’angoscia: essa nasce da un senso di vuoto, legato a una certa cultura permeata da diffuso nichilismo teorico e pratico. Di fronte all’ampio e diversificato panorama delle paure umane, la Parola di Dio è chiara: chi "teme" Dio "non ha paura". Il timore di Dio, che le Scritture definiscono come "il principio della vera sapienza", coincide con la fede in Lui, con il sacro rispetto per la sua autorità sulla vita e sul mondo. Chi teme Dio avverte in sé la sicurezza che ha il bambino in braccio a sua madre (cfr Sal 130,2): chi teme Dio è tranquillo anche in mezzo alle tempeste, perché Dio, come Gesù ci ha rivelato, è Padre pieno di misericordia e di bontà. Chi lo ama non ha paura: "Nell’amore non c’è timore” – scrive l’apostolo Giovanni . Il credente dunque non si spaventa dinanzi a nulla, perché sa di essere nelle mani di Dio, sa che il male e l’irrazionale non hanno l’ultima parola, ma unico Signore del mondo e della vita è Cristo, il Verbo di Dio incarnato, che ci ha amati sino a sacrificare se stesso, morendo sulla croce per la nostra salvezza. Più cresciamo in questa intimità con Dio, impregnata di amore, più facilmente vinciamo ogni forma di paura.”

Concludendo: alla tematica del “temere-timore-fiducia”, è strettamente legato un ultimo tema che sottende tutta la Parola di Dio di questa Domenica: la persecuzione del giusto.
Tocchiamo qui un ‘mistero’ molto attuale e per noi umanamente ‘incomprensibile’: perché il giusto, il credente, viene perseguitato a motivo della sua fede?
Geremia, nella prima Lettura, è perseguitato a causa della sua predicazione, ma nonostante la paura e l’angoscia umana, si sente forte perché: “…il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori vacilleranno e non potranno prevalere….poiché a te ho affidato la mia causa!”
Ma sappiamo che il Giusto per eccellenza, Gesù, sarà perseguitato, rifiutato e ucciso, e contrariamente alla mentalità del mondo, questa non sarà una sconfitta, un fallimento, ma la vittoria:
“Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!”.
Nel Vangelo, Gesù esorta i Discepoli, che saranno i continuatori della sua missione, a non avere paura delle persecuzioni, ad annunciare nonostante le difficoltà,a non sfuggirle perché queste fanno parte del cammino di fede, ma soprattutto di una piena conformazione a Lui, il “Giusto sofferente”: “Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.”
Quindi, è chiaro: la persecuzione non viene tolta, risparmiata, e Dio la permette. Solo chi si affida e confida in Lui trova la forza necessaria per non vacillare nella fede e per affrontare ogni avversità.
E a chi agisce in tale modo, Dio non fa mancare il suo aiuto e sostegno.

Il Signore ci aiuti a crescere nel ‘timore’ e nella ‘fiducia’ in Dio, perché non ci smarriamo nelle prove della vita e perché sappiamo testimoniarlo sempre con coraggio e franchezza.
S. Teresa: "Nulla ti turbi, nulla ti spaventi. Tutto passa, solo Dio non cambia.
                          La pazienza ottiene tutto.  Chi ha Dio non manca di nulla: solo Dio basta!
                          Il tuo desiderio sia vedere Dio, il tuo timore, perderlo, il tuo dolore, non possederlo,
                          la tua gioia sia ciò che può portarti verso di lui e vivrai in una grande pace".

                                                                                         P. Santo Sessa di Gesù e Maria



Nuovo Statuto della Provincia Lombarda e nuovo programma formativo

Lo scorso 16 maggio, memoria di san Simone Stock è stato approvato il nuovo Statuto e il programma di formazione della Provincia Lombarda dell'Ocds che si può scarirare dalla pagina "Legislazione Ocds".


Condividere le emozioni: un viaggio in Terra Santa (1)


Partire per un viaggio è sempre un’esperienza particolare ed entusiastica, un’esperienza nuova in cui ci mettiamo alla prova, sfidiamo i nostri limiti e ci confrontiamo con l’altro.
Viaggiare con il Padre Eduardo, o.c.d., significa crescere spiritualmente e culturalmente, migliorarsi, abbandonarsi. Significa pregare, cantare e inebriarsi di Dio e del Carmelo.
Quest’anno la meta è stata ISRAELE con un gruppo di 52 persone provenienti da diverse parti del mondo: Spagna, Francia, Italia (io e mio marito), Olanda, Madagascar, El Salvador, Nicaragua, USA, ecc. Tutti con cultura e idiomi diversi, ma questo ci ha dato la possibilità di accorgerci che le differenze si perdono, e che ognuno è andato assomigliando all’altro − giorno dopo giorno − tanto da diventarne intimo fratello: mistero dell’AMORE!!! Amore eclettico che realizza la comunione con Dio. Ecco il messaggio finale che da questo viaggio ne è scaturito.    
Siamo partiti da Madrid per Tel-Aviv il 24 maggio e la prima tappa è stata Haifa con soggiorno di tre notti presso il Monastero Stella Maris al Monte CARMELO. E’ il luogo dove si può percepire e scoprire la spiritualità carmelitana che si nutre di poesia e bellezza; di fiori e profumi; di contemplazione e silenzio e che contribuisce a far nascere il desiderio di salire sempre in alto verso la «fertile Montagna del Carmelo».
Il Monte Carmelo è una catena montuosa di 26 Km di lunghezza, di una larghezza di 8 Km a forma triangolare e si eleva fino a 600 m; un promontorio che si addentra nel Mediterraneo come la prua di una nave e su cui si trova il santuario Stella Maris.«Carmelo» deriva dall’ebraico “Karem El” che significa “giardino di Dio” o “vigna di Dio” (infatti nell’antichità i suoi pendii, di cui i profeti celebrarono lo splendore, erano coperti di viti), anche se si può tradurre semplicemente “orto” o “spazio coltivato dall’uomo”. Oggi è una riserva naturale di flora e fauna. Il profeta Elia visse nelle sue grotte dove avrebbe trovato rifugio per sfuggire alla collera del re Acab (1Re 19,8). “Elia si recò alla cima del Carmelo; e, gettatosi a terra, pose la faccia tra le proprie ginocchia…” (1Re 18,42).
A partire dal IV secolo, numerosi eremiti cristiani (di lingua greca e rito bizantino) si ritirarono a vivere nelle grotte della montagna. Nel XII secolo, un gruppo di crociati latini si consacrarono a vivere in ossequio di Gesù Cristo, imitando la Vergine Maria, nel cui onore costruirono una cappella. Nel 1207 il Patriarca Sant’Alberto di Gerusalemme scrisse per loro una Regola di vita. Presero il nome di “Fratelli della Beata Vergine del Monte Carmelo”. Le successive guerre fra crociati e saraceni fecero sì che si alternassero momenti di pace e di persecuzione. Alla fine Acri cadde definitivamente nelle mani dei musulmani nel 1291. I carmelitani che non riuscirono a fuggire in Europa furono massacrati. Sotto la protezione del profeta Elia nacque qui nel XII secolo l’Ordine del Carmelo. Santa Teresa di Gesù fondò nel XVI secolo il Carmelo Scalzo. 
Il monastero della Vergine del Carmelo, che conserva la grotta del profeta Elia sotto la cappella della Vergine, si chiama “Stella Maris” (Stella del Mare). Il suo faro illumina l’arrivo delle imbarcazioni. Da qui si domina la città, la baia di Haifa, fino ad Akko (S. Giovanni di Acri) e si possono scorgere le città del sud del Libano. La grotta del profeta è visitata dai musulmani, ebrei e cristiani di tutte le confessioni.
I carmelitani scalzi recuperarono il Monte Carmelo per l’Ordine nel 1631. Da allora, il monastero Stella Maris è stato varie volte distrutto e riedificato. Parte di esso è stato adattato per l’accoglienza dei pellegrini. 
HAIFA è una città portuaria, industriale e universitaria, costruita alle falde del Monte Carmelo e bagnata dal mar Mediterraneo. E’ la terza città di Israele. Attraverso il suo porto entrarono la maggior parte degli ebrei dopo la seconda guerra mondiale.
Ad Haifa c’è la sede mondiale della fede Bahai, con vari edifici circondati da meravigliosi giardini persiani e molti spazi verdi.
Haifa è conosciuta come “La perla d’Oriente”. Un proverbio ebreo dice: “A Gerusalemme si prega, a Tel-Aviv ci si diverte, ad Haifa si lavora”. 
AKKO è una delle città più antiche del mondo. Viene nominata per la prima volta nella Bibbia nel Libro dei Giudici 1,31: “Aser non scacciò gli abitanti di Acco…”. Viene fondata sotto il nome di Akko verso il 1500 a.C. e al tempo dei Greci fu chiamata Tolemaide e durante le crociate San Giovanni di Acri. Quando San Paolo visitò la comunità cristiana di Gerusalemme è detto che passò da Tolemaide (Atti 21,7). E’ stata l’ultima capitale del regno latino di Gerusalemme che cadde in mano dei musulmani nell’anno 1291. Qui abitava sant’Alberto di Gerusalemme. Oggi la città è abitata da ebrei, ma vi sono minoranze musulmane e cristiane.
La città vecchia è Patrimonio dell’Umanità e conserva numerosi monumenti, come la cittadella crociata, antica sede dei cavalieri ospitalieri, la galleria dei templari, la moschea Jezzar Pasha (la più grande di Israele fuori Gerusalemme).
Anegela Parisi ocds
 (1 - CONTINUA)

Epilogo della Regola: l'Amore dà di più

Come riflessione sull' epilogo della nostra Regola, rappresentato dall'art. 24, sarebbe bello riportare tutto l’ultimo capitolo del libro di Anastasio Ballestrero “Alla Fonte del Carmelo”; ma è troppo lungo per questa sede; e quindi siamo obbligati a farne il seguente stralcio, senza togliere a nessuno la curiosità e il desiderio di andarlo a scovare tutto intero.  
Soffermiamoci soprattutto sulla necessità di un buon discernimento.







Sta per concludersi il corso sulla Regola

Domani sul nostro blog pubblicheremo l'ottava scheda e il riepilogo del corso sulla Regola di Sant'Alberto

Ocds di Altamura: Io dico sì a Maria

Il 29 maggio scorso, la Presidente dei Carmelitani, Francesca Pestrichella e tutta la Comunità dell'Ordine Secolare dei Carmelitani Scalzi di Altamura, hanno accolto con grande gioia due nuovi fratelli. Nella Rettoria di S. Maria del Carmine, i signori: Felice Lomurno e Giuseppe Tafuni hanno coronato il loro percorso spirituale, guidati dalla “maestra dei novizi” Antonietta Tortorelli che li ha accompagnati davanti all’altare per fare Promessa Solenne di povertà, castità e obbedienza. Essi hanno indossato lo Scapolare e il manto bianco dei Carmelitani Scalzi. La cerimonia religiosa è stata presieduta dal Rettore Don Giacomo Fiore e dal Padre Carmelitano Emanuele Grimaldi e, nello stesso contesto, la signora Domenica Marvulli ha fatto la sua prima Professione per entrare nell’Ordine. 
Il 29 maggio è il giorno in cui i carmelitani ricordano la Beata suor Elia di San Clemente, (1901/1927) nata e vissuta a Bari, per la quale è in corso il lungo Processo per la Canonizzazione. Nell’ Omelia, Padre Emanuele, dopo aver ringraziato Dio per il dono dei nuovi fratelli Carmelitani, ha parlato di questa suora, proclamata Beata nel 2006 nella Cattedrale di Bari. Indirizzata dal suo confessore al Carmelo di San Giuseppe di Bari, a 19 anni, Teodora Fracasso vestì l’abito col nome di Suor Elia di San Clemente e scelse come guida, nell’apostolato e nella catechesi, Santa Teresa d’Avila e Santa Teresa di Gesù Bambino e, come loro, fu attratta dalla visione di Gesù Crocifisso, suo costante riferimento . Nella sua breve vita, durata solo 26 anni, Suor Elia non ha perso occasioni, specie durante la pima guerra mondiale, di dare libero sfogo al desiderio di fare del bene al prossimo lasciando un grande insegnamento: “è necessario camminare con gioia verso il Paradiso che è il punto Omega di ogni credente”.
                                                                               Maria Creanza




La parola di Dio nella vita spirituale del Carmelitano Secolare

Domenica 11 giugno, Solennità della SS. Trinità (il più gran Santo del Paradiso amava dire il N. S. Padre Giovanni della Croce), la Comunità dell’OCDS di Parma si è ritrovata a Traversetolo presso le Figlie della Croce, per la terza ed ultima delle Giornate di Ritiro di quest’anno.
Il tema della giornata “La Parola di Dio nella vita spirituale del Carmelitano Secolare” e i due momenti di meditazione sono stati tenuti da P. Davide Capano ocd.
La giornata ha vissuto anche la Promessa Definitiva del nostro fratello Alberto, inserita nella celebrazione Eucaristica delle ore 9.30, mentre Caterina ha fatto l’Ammissione alla Formazione, rivestendo lo Scapolare e ricevendo il Vangelo e le Costituzioni, durante la preghiera dell’Ora Media di Sesta, opportunamente adattata al Rituale.
Erano presenti un fratello e due sorelle della Comunità OCDS di Bologna e la Presidente della Provincia OCDS Lombarda, Rosa Maria Pellegrino.

La giornata è stata scandita da momenti di preghiera, iniziata con la celebrazione delle Lodi e dell’Eucaristia (erano presenti anche le suore Figlie della Croce); dalla meditazione di P. Davide, la celebrazione dell’Ora Media e dal pranzo conviviale offerto dalla Comunità. Nel pomeriggio l’ora di adorazione Eucaristica guidata, la seconda meditazione e la conclusione con il Vespro.

Il Consiglio di Comunità di Parma

Pubblichiamo ora la sintesi delle meditazioni del P. Davide Capano, La parola di Dio nella vita spirituale del Carmelitano Secolare”,   
durante la giornata di Ritiro Spirituale dell’11 giugno 2017:  “

I Parte 
Nelle Costituzioni, al n.1, è scritto che “I Carmelitani Secolari, insieme ai Frati e le Monache, sono figli e figlie dell’Ordine di Nostra Signora del Monte Carmelo e di Santa Teresa di Gesù; perciò condividono con i religiosi lo stesso carisma, vivendolo ciascuno secondo il proprio stato di vita.” Se il Secolare incontra tante difficoltà a trovare dei tempi proficui per la meditazione della Parola, questo vale anche per i religiosi. Prima di tutto analizzeremo la Parola di Dio come scrittura, cioè libro materiale; leggiamo nella Regola di S. Alberto al n.10:” A meno che non sia occupato in altre legittime attività, ciascuno rimanga nella sua celletta, o accanto ad essa, meditando giorno e notte la Legge del Signore e vegliando in preghiera”.  Il carmelitano deve trovare gli spazi ed i tempi necessari alla crescita spirituale, che avviene attraverso la meditazione della Parola. Alla base dei testi di legislazione dell’Ordine sono posti tre importanti riferimenti: la Vergine Maria, Elia e S. Paolo. 
Al n.19 della Regola si tratta della Conversione, un tema tutto paolino, un processo che è un’inversione di marcia, un convertire ciò che c’è, cristianizzando. Questo è proprio il centro di tutta la Regola, in cui si elencano le armi di cui si deve disporre per affrontare il combattimento spirituale: la corazza della giustizia, lo scudo della fede, l’elmo della salvezza, la spada dello spirito (la Parola di Dio). Infine c’è un riferimento al Deserto, patria del demonio, dove si recano gli eremiti per affrontarlo, come Gesù, inviato lì dallo Spirito.  Gesù affronta con la Parola il nemico spirituale, il quale si rivela fine esegeta, le sue parole tendono alla spettacolarizzazione della Religione, con la tentazione di far mostrare la Potenza divina, oltre l’umano, usando in modo arbitrario le sue facoltà, ma Gesù combatte con la parola e col silenzio. Il carmelitano deve coltivare i momenti di silenzio, per esserne formato e per ruminare la parola; la vita di preghiera è intessuta appunto di orazione e parola e questo ci rende atti a sostenere il combattimento spirituale, che secondo S. Teresa D’Avila è necessario per poter giungere alla stanza del Re.  Quest’ultimo concetto rievoca il Cantico dei Cantici che termina con “..tu che abiti nei giardini, fa risentire la tua voce, sopra il monte degli aromi…”, l’amato trova l’amata, non avviene il bacio, ma la fuga, lo scomparire della presenza, l’attesa del compimento e così anche alla fine dell’Apocalisse di Giovanni “…si compie il senso della Creazione, lo sposo e la sposa, Dio e la Chiesa, dicono vieni..” in un senso di profonda attesa, nella sospensione del Compimento; la Chiesa affronterà tappe di purificazione, ma Dio tornerà ed essa sarà Trionfante. La conclusione dei testi biblici lascia intendere un’apertura, un’attesa, un ritorno, mai una fine determinata e conclusiva. 

Il Cardinale Ballestrero scriveva nel “Il Carmelo, la mia casa.” che dobbiamo ricordare costantemente i fondamenti da cui siamo partiti, come il “Vivere in Ossequio di Gesù”: la responsabilità della buona coscienza, la ricerca della cella, in cui lo spazio ed il tempo per la Parola, genera il frutto del lavoro apostolico. Spesso questo lavoro non dà profitto, perché manca la preparazione spirituale e morale, compresa la dimensione contemplativa, che è un’azione propria del Carmelitano, faticosa, per questo nessuno la vuole fare. La meditazione e la preghiera sono le attività Perenni del Carmelitano. Il religioso, secondo la Regola si vede assegnate le sole attività della preghiera e della meditazione, ignorando le altre, perché solo la proclamazione della parola e la contemplazione rendono efficaci l’opera evangelizzatrice, la missione apostolica, attraverso la mediazione dello Spirito Santo. La solitudine poi, va custodita ed è una necessità, sia per raggiungerla che per difenderne il possesso. Quindi l’Armatura fa riferimento a S. Paolo, il Silenzio a Maria, la prima missionaria, che non ha proclamato le opere realizzate e compiute per essere acclamata, ma l’ha testimoniato nel silenzio sofferente, mostrato sotto la Croce (Stava la Madre presso la Croce di Gesù). Il deserto ci rimanda alla figura di Elia, il quale scappa nel deserto in atteggiamento di sconfitta, e si fa travolgere dall’Accidia, dal desiderio di non fare, annullando anche l’attività spirituale. Riprende le forze solo dopo aver mangiato, dopo aver ricevuto la Comunione, per indicarci l’esigenza di frequentare assiduamente il bene sacramentale, come viatico al luogo di accesso del LOGOS, il Verbo, cibo Eucaristico, che permette l’assimilazione al Corpo di Cristo. Ci fu un vento impetuoso, poi un terremoto, poi un fuoco, poi un venticello leggero ed Elia si copre il volto, ma Dio si rende presente mediante una voce di silenzio sottile, che si può ascoltare solo quando tutto tace e la Sua voce viene così riconosciuta.  Elia ha ancora paura ed ammette davanti a Dio il suo timore, ma subito dopo viene inviato a compiere la sua missione di profeta con un’importante risvolto profetico e religioso. Nonostante il dissolvimento della fede, la debolezza dell’umana natura, la relatività della condizione terrena, Dio agisce in modo sempre attivo e riserba per sé un gruppo di persone in mezzo ad una moltitudine, designato a realizzare dei precisi progetti divini, investito, nonostante tutto, di grande responsabilità ed importanti ruoli.  
II Parte
  Il contesto ora si sposta dal libro materiale al Libro vivente che è Gesù Cristo, Verbo eterno del Padre. Nelle lettere di S. Paolo, così come nel Vangelo di Giovanni, la visione centrale è assegnata a Cristo, Verbo di Dio fattosi carne, la Parola compiuta. Attraverso il processo dell’Incarnazione ci rese atti a ricevere e capaci di raggiungere Dio. Ma come si inserisce la Parola di Dio nella nostra vita? S. Teresa D’Avila indicava nell’Umanità di Cristo l’insegnamento perfetto, la dottrina più elevata che si possa studiare, per la comprensione della verità. L’umanità di Gesù, la sua presenza reale parla, comunica con tutta la sua persona è con tutti i suoi gesti. La Parola, che è Gesù, supera la Verbalizzazione di ciò che ha detto; mediante l’esperienza della Redenzione: crocifissione, morte e resurrezione viene racchiusa la nostra storia! 

Nel volto di Cristo, si identifica il volto del Padre, Gesù con la sua persona e con il suo insegnamento ed in tutto sé stesso permane, come uomo e come Dio, patendo su di sé realmente il peccato del mondo. Lo scandalo della Croce non va sottinteso, né dimenticato, perché è lì dove si esprime il grande Amore (nell’incontro di due libertà: uomo-Dio).  Quando Gesù ascende al cielo ha ancora i segni dei chiodi alle mani, e si pone nel grembo della S.S. Trinità, per renderci partecipi di questa corresponsione amorevole e trinitaria, grazie all’azione dello Spirito santo che è in noi. Questo EVENTO ci investe, ci colpisce, inoltre ci permette di capire la Scrittura, poiché la Parola di Dio è sapienziale. La Sua morte si apre alla dimensione universale, Ecclesiale, che abbraccia ogni uomo. L’umanità lotta con Dio, ma prega senza distaccarsi da Lui, portando già in sé l’esaudimento del Risorto: uomo tra gli uomini. Con i discepoli di Emmaus mangia normalmente, anche se qualcosa è avvenuto ed è cambiato, infatti non Lo riconoscono. Il signore passa, cerca ogni uomo, che spesso non si accorge o non lo riconosce, o semplicemente nel timore di vedere rivoluzionati i personali piani di vita, si lascia sfuggire un grande dono di grazia. Come i Discepoli di Emmaus che rimangono incerti sulla sua identità, di sicuro intimamente consapevoli. Nella dialettica tra luce - tenebre, conoscere - non conoscere, Gesù compare – scompare. Egli è corporeo, ma non è legato alle leggi della corporeità, infatti il Risorto manifesta una nuova esistenza. Egli è lo stesso, ma è anche il nuovo, in un genere diverso di esistenza. La dialettica è evidente perché il risorto è risorto col corpo, ed il fenomeno quindi non è solo spirituale, ma anche fisico, materiale. Nell’alterità/ identità si rispecchia un incontro sconcertante con la novità della Teofania: Gesù è veramente uomo a partire da Dio, fonte di vita, ed il suo scomparire permette a noi uomini di accedere alla vista interiore, attraverso cui percepire la Sua nuova identità.  In questo salto ontologico la Resurrezione non è la rivitalizzazione di un cadavere, ma la maestosa gloria di Dio che si riattualizza nella Parola vivente! Lo sforzo richiesto è che noi riusciamo a vedere senza vedere, un corpo senza corpo, ma più che mai vivente, attraverso una fede che scorge la luce, nell’oscurità della notte, tra le feritoie delle piaghe del mondo, aperti alla speranza dell’attesa. “Maria, Vergine in attesa, dall’inizio alla fine, dove attesa vuol dire amare all’infinito, segno di speranza.  E il Signore che viene, ci sorprenda, anche per tua materna complicità, con le lampade in mano”. (Tratto da “Maria donna dei nostri giorni” di Don Tonino Bello)   
La segretaria Panetta Maria Carmela  

Cresce l'Ocds di Firenze

Sabato 27 maggio la Comunità di S. Paolino di Firenze è stata rallegrata dalle due ammissioni di Debora e Benedetto e le tre Prime Promesse di Patrizio, Simonetta e Nella. Presente tutta la comunità e l'assistente P. Joseph Heimpel. 
Si ringraziano le suore Teresiane del Corpus Domini che hanno offerto come di consueto i locali per una breve festicciola. Non per ultimo ringraziamo il Signore che continua ancora a chiamare al cammino della sua sequela nell' Ordine dei Carmelitani Secolari!

La Promessa e la sua Presenza

La vita del cristiano può essere paragonata ad un cammino, come quello compiuto dal popolo di Israele nel deserto. In questa metafora, la terra promessa rappresenta la realizzazione piena di ciascuno di noi.  Tuttavia, a causa della ferita del peccato d’origine, l’uomo è sempre tentato di mettere se stesso al centro, di cercare cioè solo la soddisfazione del proprio ego, con ciò perdendo di vista la vera, autentica meta, cioè la piena realizzazione del progetto che Dio ha su ciascuno di noi, sia come singoli sia come comunità, che si raggiunge solo nella libera partecipazione alla Vita di Dio Trinità. Non avendo più la capacità di raggiungere tale meta, se vuole realizzare se stesso l’uomo deve necessariamente lasciarsi condurre da Dio verso la giusta direzione. Ecco che allora Mosè diviene il mediatore tra Dio e il popolo di Israele, che sarà continuamente richiamato ad affidarsi alla sua paziente e amorosa guida. Alla fine dei quaranta anni di peregrinazione, il popolo comprenderà che solo l’affidamento alle cure paterne di Dio gli ha permesso l’ingresso nella terra promessa.  Il senso di precarietà sperimentato nel deserto e il contestuale riscontro dell’intervento risolutore di Dio in tutte le necessità, anche quelle materiali, consentirà al popolo di comprendere che l’uomo ha solo bisogno di affidarsi a Dio, in cui trova ogni pienezza. Nel nuovo testamento è Gesù, il Figlio di Dio, seconda Persona della Trinità che si pone a capo del nuovo popolo di Dio e che, incarnandosi, condivide l’intera esistenza umana, assumendone su di Sé anche lo stesso peccato. Ed è proprio nella Sua passione e morte che Gesù ci insegna ad affidarci completamente alla volontà del Padre, dimostrandoci con la Sua risurrezione che il piano di amore di Dio per noi non può mai venire meno. In Dio non ci può essere fallimento. Gesù infatti è vivo e garantisce la Sua presenza in mezzo a noi con l’istituzione dell’Eucaristia; più volte dopo la Sua risurrezione, Gesù si presenta vivo ai Suoi e cena con loro: è la Cena eucaristica, in cui sotto le specie del pane e del vino è Gesù Stesso, con il Suo Corpo e il Suo Sangue che sta in mezzo ai Suoi e anche oggi è vivo e presente in mezzo a noi e fa comunione con noi, per fondersi con noi e vivere in noi, che diventiamo Sua umanità aggiunta. «Io sono il pane vivo disceso dal cielo…». 
L’uomo è fatto per Dio e solo Dio può saziare l’uomo; e come il pane si assimila e diventa nostro corpo, così Gesù, nell’amore, si fonde con chi fa comunione con Lui, così che il Padre lo guarda nel Figlio in tutto ciò che fa. Tutto in Gesù fattosi uomo è divenuto lode al Padre; per cui, ricevendo Gesù Eucaristia, anche in noi tutto si fa lode a Dio e la nostra vita viene inserita nel dialogo d’amore trinitario, che è il dono dello Spirito Santo, il Quale datoci in germe nel sacramento del Battesimo, si sviluppa in noi, garantendoci una intima comunione di vita con Cristo. Ecco perché Gesù ci dice: «Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Noi, infatti, fin d’ora viviamo della Vita di Dio, ovvero dello Spirito Santo, che è l’amore che si donano il Padre e il Figlio. Quale conforto fratelli e quale speranza ci viene dalla consapevolezza che la nostra carne, ossia tutta la nostra umana esperienza di fragilità e di debolezza, se unita a Gesù si trasforma in preghiera e fa crescere in noi lo Spirito di Dio e la Sua azione santificatrice.  Gesù ha amato il Padre assumendo la nostra umanità e noi uniti a Lui, in comunione con il Suo Corpo ed il Suo Sangue, possiamo ora essere interamente saziati in tutte le nostre aspirazioni, sentirci pienamente realizzati, nella consapevolezza certa che la nostra ordinaria esistenza è già proiettata nella stessa Vita trinitaria. Occorre avere uno sguardo di fede, che rivela tutta la grandezza per cui siamo stati creati e di fronte alla incredulità di tanti fratelli, noi, consci della nostra vera essenza di creature spirituali, possiamo riconoscere come Pietro la incomparabilità del messaggio di Cristo: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna…» (Gv 6,68). 
 Padre Rino Bolzon, ocd

Impariamo a stupirci e a lodare

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 16-18)

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio».



L’Evangelo di oggi è un breve tratto del lungo testo di Giovanni dell’incontro tra Gesù e Nicodemo. Secondo alcuni esegeti, queste che oggi ascoltiamo non andrebbero registrate come un discorso diretto di Gesù, ma come parole di commento dell’evangelista alle parole di Gesù sull’innalzamento del Figlio dell’uomo. Ai versetti precedenti Gesù ha detto a Nicodemo che “come Mosè innalzò il serpente nel deserto così deve essere innalzato il Figlio dell’uomo”: è nel volgere lo sguardo all’innalzato che si ha la vita, così come gli israeliti mormoratori, avvelenati dal morso dei serpenti, avevano la salvezza se volgevano lo sguardo al serpente di rame innalzato da Mosè (cfr. Num 21, 4-9) … E’ strano, il Figlio dell’uomo paragonato al serpente!…Solo per l’innalzamento? Mi pare di no…il serpente innalzato dà la salvezza ma ricordando il peccato, quello dell’in-principio, quello della parola mormoratrice che tutto avvelena…così il Crocefisso innalzato dà la salvezza ma ricordando l’iniquità ed il peccato, che si visibilizzano nel corpo straziato e torturato del Figlio dell’uomo…
Le ragioni di questo riposano tutte nell’amore del Padre; ecco che allora l’evangelo ci rivela chi è Dio: è il Padre che ama il mondo tanto da dare il suo Figlio; è il Figlio che non teme di farsi innalzare immergendosi tutto nel peccato dell’uomo; è lo Spirito che ci fa rinascere dall’alto (cfr. Gv 3, 5). Il mistero trinitario ci conduce ad un Dio che non è un sistema morale ma un “sistema” di dono, non bisogna fare altro che accettare il dono e farsi rigenerare; la vita del discepolo di Cristo, la vita pasquale del discepolo di Cristo, non è una nuova morale ma una rinascita con cui si può venire fuori dal grembo mortifero del peccato per venire ad abitare in un altro grembo, quello dell’amore trinitario che plasma l’uomo nuovo rendendolo capace di una vita nuova. Una vita nuova che si accoglie, e che non è sforzo morale; una vita nuova che è lotta, ma per contrastare l’uomo vecchio che vorrebbe tornare in quell’altro grembo mondano: più rassicurante, più “solito”, più “come”; e che non si compromette con un’alterità che è incomprensibile ed inaccettabile per chi fa del “salvare se stesso” la sua unica religione. Il mondo fa questo! Dio no!
Il Dio Trino, infatti, ha pagato il “caro prezzo” della lacerazione e dell’accoglienza in sè del dolore e perfino della morte. E’ questo Dio che ci ha aperto il mondo nuovo, è questo Dio che ha riversato su di noi lo Spirito, che sempre ci accompagna nella fatica storica della fedeltà per custodire – nella lotta – l’uomo rinato dall’alto.
La liturgia di questa domenica, in fondo, non vuole spiegare; vuole invece mettere sulle nostre labbra e nel nostro cuore lo stupore e la lode … le liturgie di questo tempo ci hanno fatto rivivere e riassumere tutto il mistero d’amore che ci ha salvato!
Dopo le grandi celebrazioni pasquali, la Chiesa vuole una sosta contemplativa sul mistero fontale di tanto amore! L’amore pasquale che Cristo Gesù ci ha donato con la sua Croce e la sua Risurrezione, quell’amore che è stato finalmente effuso sulla Chiesa e sul mondo e che ora è dono fatto all’umanità intera, non è un meraviglioso sentimento, non è un moto bello di un’anima bella e neanche il moto intimo del cuore sublime di Dio. No! Quell’amore è la vita stessa di Dio!
La Trinità di Dio (o come scrive Basilio, la Tri-unità di Dio!) non è un astruso mistero su cui non bisogna indagare perché resta comunque incomprensibile! Probabilmente proprio l’incomprensione del mistero trinitario ha fatto sì che il cristianesimo si riducesse così spesso a “religione” e a “religione” tra le altre “religioni”. L’incomprensione del mistero trinitario produce conseguenze gravissime nella fede e nella prassi dei cristiani. Non è solo questione di teologia, è questione di “conoscenza” autentica di questo nostro Dio che non è un Dio generico, un Ente Supremo qualsiasi, ma è Padre, Figlio e Spirito Santo.
Il mistero della Trinità ci dice che Dio è comunione, anzi è la comunione fontale; e ce lo dice non per darci una mera nozione, ma perché noi entriamo esistenzialmente, vitalmente in questa comunione, in questo abbraccio di Dio. Un Dio solitario non può essere amore, tutt’al più ama … il Dio che Gesù ci ha raccontato è amore perché nel suo intimo è comunione, è relazione di amorosa tra persone, è amore che ama, che si lascia amare, che si dona
Questo mistero che è compimento di rivelazione su Dio dà ragione profonda a quanto già la Prima Alleanza aveva “conosciuto”. Infatti il nome che il Signore rivela al Sinai a Mosè che torna con due nuove tavole di pietra lì sul monte dopo la scoperta del peccato del popolo che s’era prostrato al Vitello d’oro, è “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà”! Ad un Dio così Mosè osa chiedere la “compagnia” costante nella fatica del cammino verso la Terra Promessa: Che il Signore cammini in mezzo a noi.
Questo Dio compreso come infinita misericordia e fedeltà suscita nel cuore di Mosè la “parola” più bella che un uomo possa pronunciare davanti al volto di Dio: la “parola” della solidarietà col peccato degli altri uomini.
Credo che questa “parola” di Mosè sia una “parola” cardine della Scrittura, “parola” che ci mette al riparo da ogni èlite di pretesa giustizia: Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa’ di noi la tua eredità! Mosè prende anche su di sé il peccato e la colpa di tutti, anche se non si è prostrato al Vitello d’oro (era sul Sinai con il Signore!) si sente non estraneo al peccato dei fratelli, solidale con alla loro miseria ed idolatria.
Ecco cosa fa la “conoscenza” del cuore di Dio! Accogliere la Pasqua di Cristo è allora accogliere questo dinamismo d’amore che è la vita trinitaria nella propria vita. Paolo, nel testo della Seconda lettera ai cristiani di Corinto che oggi si legge, ci ha detto con chiarezza cosa sia questa accoglienza: si accoglie questo dinamismo di Dio riconoscendo la grazia del Signore Gesù Cristo, cioè l’assoluta gratuità della Croce e della Risurrezione; riconoscendo l’amore di Dio, riconoscendo cioè di essere amati non di un amore qualsiasi fatto di sentimenti passeggeri ma di un amore eterno che a tutto può dare senso; riconoscendo la comunione dello Spirito Santo, cioè l’opera finale della salvezza che è la “koinonia”, è l’amore che, non solo ama l’altro ma lo cerca e si compromette per lui, si sporca le mani per il fratello e con il fratello.

Celebrare l’ Amante, l’ Amato e l’Amore, direbbe S. Agostino, è per il discepolo di Cristo farsi amante, amato, amore. Personalmente ed in una comunità credente. O la Chiesa è icona di questo amore trinitario nell’amore che ama, che si lascia amare e che si dona o non è più Chiesa di Cristo e rischia di essere organizzazione di una “religione” che più nulla ha a che vedere con l’Evangelo di Gesù suo Signore!
p. Giorgio Rossi, ocd

Il cammino di grazia attraverso la Regola

La Provincia Napoletana dell'Ocds ha organizzato gli Esercizi Spirituali che si terranno a Nusco (Avellino) dal 29 giugno al 2 luglio 2017. Tema: La Regola del Carmelo. Un cammino di grazia tra kerygma, culto e vita. Meditazioni di P. Mario Alfarano. 

PROGRAMMA


Giovedì 29 Giugno

16.30 Arrivi e Accoglienza
18.30 Vespri ed Eucaristia
20.00 Cena di fraternità
21.30 Compieta

Venerdì 30 Giugno

Mattina

07.30 Lodi
08.00 Colazione
09.00 Meditazione
10.00 Lectio humana (Meditazione e orazione silenziosa in solitudine)

Confessioni

12.00 Celebrazione eucaristica
13.00 Pranzo in silenzio e letture spirituali
14.00 Riposo e silenzio

Pomeriggio

16.00 Meditazione
17.00 Lectio humana (Meditazione e orazione silenziosa in solitudine)
18.00 Adorazione eucaristica

Confessioni

19.00 Vespri - Meditazione eucaristica
20.00 Cena
21.00 Veglia di preghiera … Padre nostro

Sabato 1 Luglio

Mattina

07.30 Lodi
08.00 Colazione
09.00 Meditazione
10.00 Lectio humana (Meditazione e orazione silenziosa – in solitudine)

Confessioni

12.00 Celebrazione eucaristica
13.00 Pranzo in silenzio e letture spirituali
14.00 Riposo e silenzio

Pomeriggio

16.00 Meditazione
17.00 Lectio humana (Meditazione e orazione silenziosa – in solitudine)
18.00 Collatio in chiesa
18.45 Rosario meditato e Vespri
20.00 Cena
21.00 Veglia di preghiera e mistagogia dell’acqua
Compieta: recita personale

Domenica 2 Luglio

Giornata di fraternità

07.30 Lodi
08.00 Colazione
09.00 Intervento del P. Provinciale
10.00 Condivisione - Conclusioni
12.00 Eucarestia e rinnovo delle promesse
13.00 Pranzo
14.00 Partenza


Accompagnamento spirituale: P. Mario Alfarano o. Carm
e un Padre Carmelitano Scalzo
Si ricorda di portare la Liturgia delle Ore, la Sacra Bibbia e la Regola


CASA MADONNA DEL CARMELO 
Palazzo della Saponara
Largo Santa Croce,1 NUSCO (AV)
Camere disponibili
7 camere singole
11 camere doppie
1   camera tripla

Costi
Quota d’iscrizione  20.00
Camera singola     € 140.00
Camera doppia      € 110.00
Camera tripla       € 100.00


N.B. I prezzi si riferiscono alla pensione completa da giovedì 29 giugno a domenica 2 luglio

Lettera del Padre Generale all'Ocds

Cari Confratelli e Consorelle , pace in Gesù e nel suo santo Spirito.
Con l'augurio di una felice festa dello Spirito Santo a tutti, vi invio la Lettera del P. Generale all’OCDS, disponibile anche nel sito dell’Ordine.
 Fraternamente e in unione di preghiere,

Fr Alzinir Francisco Debastiani OCD