Venite, imparate a essere discepoli

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 11, 25-30)



In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».


La pagina evangelica di oggi è stata definita da un grande esegeta del ‘900 (P. Lagrange) come “la perla matteana di grande valore”. Il contesto, incredibilmente, è un grande fallimento: sì, siamo al punto in cui l’iniziale successo della predicazione di Gesù (la cosiddetta primavera di Galilea) è scemato; le città del Lago, dove pure Gesù aveva stabilito la sua dimora, lo hanno rifiutato: poco prima, infatti, Gesù ha dovuto dire parole di una durezza inusitata contro quelle città che avevano visto le sue opere e lo avevano rifiutato.

Ora, sulle rovine – potremmo dire – della sua predicazione, sulle macerie delle sue illusioni e speranze, Gesù non eleva un lamento o un grido di rabbia; su quelle macerie Gesù eleva un canto di lode al Padre; un canto stupito e gioioso; il canto di chi legge la storia e vi ravvisa i segni della volontà, dei progetti del Padre.
Qui Gesù è davvero un contemplativo! Se contemplativo significa essere capace di leggere la storia, ponendosi dalla parte di Dio; se significa saper essere ponte tra il reale ed il progetto, tra la storia nel suo svolgimento e il pensiero ed il giudizio di Dio, qui Gesù è maestro di contemplazione. Riesce a leggere quelle rovine: non sono un fallimento, ma sono – di contro – un luogo rivelativo, luogo in cui il Padre ha parlato.
La durezza di cuore dei sapienti e degli intelligenti ha permesso a Gesù di poter proclamare con certezza dove vadano le preferenze del Padre: verso i piccoli (in greco “népioi”, che traduce il concetto ebraico di “petajim”, che significa “semplici”, “piccoli”, “ingenui”). Sono quelli che sono non arroganti, non capaci di imporsi, quelli che non contano.

Per il mondo infatti contano i sapienti e gli intelligenti, che nel mondo “religioso” di Israele sono i Dottori della Legge e i Farisei, i quali amavano ripetere un detto: “Un ignorante non può sfuggire al peccato e un uomo dei campi non può essere di Dio”. Gesù sta constatando in questo caso quanto essi abbiano torto, e quanto il Padre pensi diversamente!
Il discorso che Gesù fa in questo passo dell’evangelo di Matteo collega chiaramente la rivelazione del Padre all’essere piccoli, umili, e quindi all’umiltà e alla mitezza di Gesù che rivela il Padre, perchè Lui solo lo conosce, così come il Padre conosce Lui.

Il sorprendente di questa parola di Gesù è che la rivelazione del Padre è possibile solo attraverso il Figlio, e attraverso la sua mitezza ed umiltà. Matteo qui anticipa ciò che il Quarto evangelo dirà con definitiva chiarezza: “Dio nessuno lo ha visto mai, il Figlio unigenito ce ne ha fatto il racconto” (cfr. Gv 1, 18). Se solo la mitezza e umiltà del Figlio rivelano il Padre ecco allora il motivo per cui i piccoli colgono la rivelazione di Dio; ecco perché la rivelazione dell’Evangelo si arresta dinanzi ai sapienti e agli intelligenti: questi, infatti, sono incapaci di leggere il Rivelatore, l’umile e mite Gesù. Lui stesso, “il più piccolo del Regno” come aveva detto poco prima rispondendo alla domanda dei discepoli del Battista, è il luogo della rivelazione del Padre.
(Cfr. Mt 11, 11) “Fra i nati di donne non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo del Regno dei cieli è più grande di Lui”: “il più piccolo” è proprio Gesù che è stato discepolo di Giovanni e che, per il mondo, è stato inferiore a Giovanni; Gesù è “il più piccolo” ma in realtà è il più grande, perché è il Messia!).

A questo punto, lo sguardo di Gesù si posa su questi piccoli che accolgono il Regno, mentre i grandi, i sapienti, gli intelligenti si volgono altrove; e ne vede poi la fatica dinanzi al giogo che sapienti e intelligenti pongono sulle loro spalle. In fondo Gesù qui parla di due gioghi: uno che opprime e uno che è leggero e dolce, e che Lui definisce “mio giogo”.

Non mi pare che il primo giogo sia la Torah e che il secondo sia l’Evangelo: questa è la solita logica “sostituzionista” che nella Chiesa ha prodotto tanta cecità e tanto sradicamento dal terreno santo di Israele.
Se quei piccoli sono affaticati e oppressi è perché ci sono dei cattivi interpreti della Torah, dell’Alleanza, che hanno dimenticato che il Dio di Israele è il Dio dei piccoli, dei disprezzati, è il Dio degli schiavi… è il Dio che ha liberato gli schiavi portandoli in una situazione nuova in cui saranno capaci di essere liberi, in cui saranno capaci di essere giusti, in cui saranno capaci di essere nuovi, in cui saranno capaci di essere popolo.
Il “mio giogo” di cui Gesù parla è allora la lettura compiuta della Torah che Gesù è venuto a proclamare: “Non sono venuto ad abolire la Torah, ma a darle compimento” (cfr. Mt 5, 17). L’Evangelo del Regno è la buona notizia del Volto del Padre, che rende a pieno capaci di compiere la sua volontà.

C’è sempre prima la Grazia, grida Gesù con il suo Evangelo; c’è sempre prima l’opera di Dio e poi la Legge: osservare la Legge è lo sbocciare della Grazia, e non il contrario! Gesù chiama “mio” questo giogo perché Lui per primo lo ha portato accogliendo il dono del Padre nella sua carne di uomo; è un giogo perché chiede sottomissione, sottomissione ad un primato di Dio che nega il nostro, sottomissione all’opera di un Altro subordinando le nostre opere. Questo giogo è soave e leggero perché Lui lo porta con i suoi discepoli.
In questo passo di Matteo è chiaro che l’imparare da Lui (il verbo greco è “manthano” da cui il termine “mathtés”, “discepolo”) non è studiare la Torah, ma è diventare discepolo, è porsi alla sequela di Gesù, mite e umile di cuore. Nell’Antico Testamento i due termini (mite e umile) indicano come si sta davanti a Dio e davanti agli uomini: verso Dio in atteggiamento di confidenza, di obbedienza e di docilità; verso gli uomini in un atteggiamento di accoglienza, di pazienza, di discrezione, di disponibilità al perdono e di servizio.
Guardiamo a Gesù e comprendiamo che Lui fu proprio così, e così raccontò e rivelò il Padre. Non possiamo raccontare Dio se non come Lui lo raccontò, e ci è possibile fare questo racconto perché Lui è con noi, porta con noi il peso di contraddire il mondo che crede ai sapienti e agli intelligenti, agli arroganti e ai potenti, a quelli che – come scrive Paolo – vivono secondo la carne, e disprezza i piccoli, quelli che vivono secondo lo spirito, cioè obbedendo alle logiche del Regno. Le vie di Dio sono quelle di Gesù…le vie di Dio sono vie di vita; in questa obbedienza, ci ha detto Gesù, c’è riposo perché c’è senso.

Ci fidiamo di questo? Siamo disposti a passare dalla disobbedienza all’obbedienza? Siamo disposti a chinarci sotto questo giogo? Gesù ci assicura che è soave, perchè Lui è con noi.
P. Giorgio Rossi, ocd

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